Monthly Archives: Novembre 2016

Fashion for Children: per essere “grande contro il cancro”

di Roberta Maresci – Medicine e chemioterapia ai bambini malati di cancro. È quanto vuole assicurare l’Organizzazione Umanitaria Soleterre che domani, giovedì 1 dicembre, terrà una serata di gala con asta benefica a sostegno delle attività del Programma Internazionale per l’Oncologia Pediatrica presso il Policlinico San Matteo di Pavia per la ristrutturazione del Day Hospital oncoematologico (www.fashionforchildren.org). L’appuntamento è a Certosa di Pavia, presso l’Antico Borgo della Certosa (viale Certosa, 42 – ore 19) dove troverete la bellissima Natasha Stefanenko a fare gli onori di casa. È lei da anni la storica testimonial di Soleterre. Sono anni che Natasha ci mette “la faccia” e il cuore. È andata anche a Kiev a vedere di persona come i progetti diventano realtà. E dopo questo evento, nuovi strumenti affiancheranno i bambini nella dura lotta contro il tumore. Il Fashion for children vedrà la madrina affiancata da un personaggio come Rosario Pellecchia, voce del programma radiofonico “105 Friends” di Radio 105.

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In Italia l’associazione umanitaria collabora con il POLICLINICO SAN MATTEO di PAVIA attraverso attività di supporto psicologico ai bambini oncomalati e alle loro famiglie; supervisione psicologica del personale medico della Struttura Complessa di Onco-ematologia Pediatrica; formazione dei volontari, attività di mediazione linguistica e culturale e lavori di ristrutturazione e riqualificazione degli spazi ospedalieri.

L’avvio dell’intervento di ristrutturazione del Day Hospital Pediatrico rientra tra le iniziative sostenute dalla campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi “Trenta Ore per la Vita 2016” per permettere la realizzazione di spazi dedicati agli adolescenti in cura.

Per sostenere l’iniziativa si può inviare un sms solidale da 2 euro al numero 45515 con TIM, Vodafone e WInd e da 50 o 10 euro con TIim, Infostrada e Vodafone. L’obiettivo? Diventare “Grande contro il cancro”.

 

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Tutti i bambini hanno diritto di sognare

S.B. – “Non serve andare nello spazio per sapere che i bambini sono sempre bambini, in ogni luogo e in ogni tempo. Hanno diritti, sogni e passioni comuni. Non c’è bambino al mondo che non senta dentro di sè la potenza dei sogni”. Così “astroSamantha” al secolo Samantha Cristoforetti, l’astronauta dell’Agenzia spaziale europea, protagonista della missione Futura, nella prefazione delpiumini libro di Roberto Piumini “Quel che finisce bene”. Nove storie di ragazzi intorno al mondo, nove storie di possibile felicità. Piumini, che scrive poesie, filastrocche, storie e romanzi (per ragazzi e per adulti), con le sue parole, semplici ma incisive, ci racconta stralci di vita di nove bambini di Paesi diversi e con usanze diverse: Consuelo, Karim, Bem, Nerè, Casimiro, Eden, Tilly, Mihal, e Tripti. Sono bambini che combattono, che sopravvivono e che cercano di rimanere tali. Attraverso esperienze difficili ognuno di loro, da solo o con l’aiuto di qualcuno, raggiunge una vita migliore. L’autore, da anni considerato uno dei più importanti per ragazzi, ci lascia la certezza che sia possibile un mondo in cui i diritti dei bambini non siano un sogno. In fondo al libro il testo della Convenzione sui diritti dell’infanzia spiegata da Bianca Pitzorno.

Quel che finisce bene (Battello a vapore, pag. 160 euro 14) di Roberto Piumini. L’autore e l’editore devolvono 1 euro per ogni copia di questo libro al Comitato Italiano per l’UNICEF Onlus a sostegno della campagna “Bambini in pericolo”. Età di lettura: da 6 anni.

GL’INNAMORATI DI GOLDONI al BRANCACCINO

V.M. – Nell’ambito della rassegna “Spazio del racconto” al Teatro Brancaccino va in scena “Gl’innamorati di Goldoni” dall’01 al 04 dicembre. La pièce non è l’attualizzazione dell’omonima commedia scritta da Goldoni nel 1759, ma ne è la radicale riscrittura contemporanea. Le differenze fra l’opera originaria e questa nuova commedia sono le stesse che corrono fra l’attualità e la contemporaneità. Una drammaturgia che raduna tutte le opposizioni del sentimento e della morale, tutti i sintomi, le mode, gli stili del presente in una radicale rivisitazione del classico di Goldoni, trasportandolo a un’altra latitudine e a un’altra temperatura del contemporaneo.

Scritto a Bologna nel 1759, Gli innamorati è un canovaccio che ormai da quasi trecento anni splendidamente precipita verso il suo inesorabile lieto fine. La traccia di Goldoni è quella canonica: Eugenia e Fulgenzio – giovani, belli, tremendamente appassionati l’uno all’altra – desiderano sposarsi, ma una serie d’inconvenienti rischia di far saltare l’agognato matrimonio.

Eugenia e Fulgenzio sono, però, anche altro: due luoghi, due nevrosi, due macchine di desiderio, due maschere, due trattati di recitazione: si fingono ciò che non sono, mettono continuamente in scena se stessi. La riscrittura di Fabrizio Sinisi è la messinscena di una convulsa auto-rappresentazione dell’oggi: le sclerosi, i drammi, le potenze del presente. Riscrivere Gl’innamorati  ai nostri giorni permette di arrivare a Goldoni “a ritroso”: si deraglia nel trattato antropologico, nello sketch, nella rissa linguistica, nella rifrazione ossessiva, nel concitato dentro-fuori del personaggio.

Con il nostro “Gl’innamorati di Goldoni”, diamo vita a un progetto di lavoro sulla trasposizione della Commedia. Il nostro rifacimento, fin dalla scrittura, crea un ponte tra il Settecento e la contemporaneità, fra il settentrione goldoniano e il meridione di oggi. I personaggi sono ridotti a due e la situazione catastrofica, presupposto della commedia, è l’Innamoramento stesso: forma d’insania, d’impazzimento, di volontà di possesso e di conquista. L’innamoramento come guerra e contrasto, vera e propria forma di combattimento tra uomo e donna. Con Gl’innamorati di Goldoni, realizziamo il primo capitolo del Progetto Goldoni, dedicato alla riscrittura contemporanea e meridionale della commedia. E che cos’è la commedia? Aristotele, su questo, è molto chiaro: commedia è quella vicenda teatrale che – a differenza della tragedia – inizia male e finisce bene. In questa descrizione ormai canonica, l’attenzione viene sbilanciata soprattutto sul secondo polo, l’epilogo positivo, il “lieto fine”. A noi sembra però altrettanto importante il primo termine, l’inizio negativo: una situazione iniziale aggrovigliata al punto da apparire, anche ai suoi stessi attori, irreversibile. In questo senso, il Sud dell’Italia sembra innatamente, quasi vocazionalmente, portato per la commedia. Ne ha assunto e declinato personaggi e situazioni: l’innamorato nevrotico, il vecchio avaro, l’uomo vanesio e caciarone, la prorompenza della pulsioni fisiche e vitali.

Fabrizio Sinisi (Barletta, 1987) è drammaturgo, poeta e traduttore. Nel 2012 ha debuttato come autore con La grande passeggiata, con la regia di Federico Tiezzi e l’interpretazione di Sandro Lombardi, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica. Il suo ultimo lavoro, Jekyll, è risultato finalista al Premio Riccione 2015. Collabora col Piccolo Teatro di Milano, il Teatro di Roma e il Teatro Nazionale della Toscana. Dal 2010 è dramaturg stabile della Compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze e docente di Drammaturgia presso il Teatro Laboratorio della Toscana e la Scuola di Scrittura Flannery O’Connor di Milano. Dal 2016 è per il Teatro degli Incamminati e per il Centro Teatrale Bresciano. Suoi testi sono stati rappresentati in Croazia, Francia, Gran Bretagna, Italia, Romania, Svizzera. In poesia il suo Contrasto dell’uomo e della donna ha di recente ottenuto la prestigiosa menzione del Premio Carducci.

TEATRO DEI BORGIA, fondato nel 2001 da Gianpiero Borgia, si proponeva di esplorare i classici di repertorio secondo i criteri della tradizione russa appresi da Jurij Alschitz (di cui Borgia è stato allievo, poi collaboratore) e Anatoli’j Vassile’v. Nel 2009, in occasione della messinscena di Troilo e Cressida, Borgia incontra l’attrice Elena Cotugno, che diventerà sua moglie e componente stabile dell’ensemble di compagnia. È a partire da questo momento che inizia a nascere l’idea di un gruppo teatrale clan. Una “famiglia teatrale” che desidera innanzitutto utilizzare quei criteri stanislavskijani nei confronti della scrittura occidentale contemporanea, in particolare della commedia. Nonostante l’ormai assai probabile discendenza dai noti omonimi della storia italiana, Gianpiero Borgia non ha mai ammesso pubblicamente questa eredità. Ma partire dal 2014, la discendenza dai Borgia diventa il primo passo di una decisiva riflessione estetica: “I Borgia sono da secoli l’emblema della famiglia feroce, corrotta, preda del vizio. Noi, indegni eredi, facciamo teatro amandoci. Non siamo né la tragedia, né la farsa della storia ripetuta, siamo la commedia.”

“Il respiro della laguna” aiuta Zaguri

S.B. – E’ in libreria da ieri col suo ultimo romanzo “Il respiro della laguna”, il veneziano Alberto Ongaro, autore culto amato da migliaia di lettori in Italia. La trama: Damiano Zaguri, capo della squadra Anticrimine di Venezia, viene svegliato in piena notte: in fondamenta San Trovaso un uomo è stato ucciso, un neonato – suo figlio – rapito dalla culla. All’apparenza non vi è alcun movente: la famiglia è abbiente ma non ricca, impensabile un riscatto, né si può immaginare un regolamento di conti. Il padre del bambino è stato ammazzato per sbaglio: se non avesse sorpreso il rapitore, ne sarebbe uscito incolume.
Indagando fra gli informatori della malavita nella Baia del Re, Zaguri segue le tracce del criminale e dei suoi mandanti: è una corsa contro il tempo, e una personalissima sfida con un suo lontano antenato, Signore di Notte nella Venezia del Seicento, che si lasciò sfuggire i colpevoli della sparizione del piccolo erede di una contessa. A mettere Zaguri sulla giusta strada sarà un talismano, non unico elemento magico in una Venezia nebbiosa e palpitante, la cui laguna, secondo un’antica leggenda, sembra in grado di esprimere funesti presagi ingrossando le sue acque.ongaro

Il respiro della laguna (Piemme, pag. 203 euro 17,50) di Alberto Ongaro

I sacchi di sabbia al Teatro Palladium

V. M. – Dialoghi degli dei celebra l’incontro tra Massimiliano Civica, regista noto per l’asciuttezza formale delle sue opere e I sacchi di sabbia, un gruppo toscano che ha fatto dell’ironia la sua peculiare cifra stilistica.

Scritti da Luciano di Samosata nel II secolo dopo Cristo, questi Dialoghi si presentano come  una raccolta di gossip su vizi e trasgressioni degli abitanti dell’Olimpo: gli scontri “familiari” tra Zeus e Era, le continue lagnanze per le malefatte di Eros, i pettegolezzi tra Dioniso, Ermes ed Apollo…
In questa gustosa versione gli Dei sono atterrati in una classe di un ginnasio, diventando oggetto concreto delle spietate interrogazioni con cui un’austera insegnante  tormenta due suoi allievi.
Seduti ai loro banchi di scuola e con i calzoni corti, i due maturi studenti, interrogati su tresche e malefatte degli immortali sperimentano sulla propria pelle le ingiustizie della scuola, preludio alle future ingiustizie della vita.

Piccoli suicidi in Ottava Rima

ideazione Giovanni Guerrieri e Giulia Gallo
con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Giulia Solano

Produzione: I Sacchi di Sabbia in co-produzione con Armunia e con il sostegno di Regione Toscana.

Una raccolta di episodi, recitati in rima secondo le antiche tecniche popolari di ariostesca memoria, chiuderanno la serata dedicata a I sacchi di Sabbia. Un divertito excursus nell’epica contemporanea, dalle gesta dei paladini di Ariosto e Tasso, alla fantascienza de L’invasione degli Ultracorpi, non trascurando né il Western (Pat Garret e Billy the Kid) né l’ horror (Il Licantropo).

La compagnia I sacchi di sabbia nasce a Pisa nel 1995 e nel panorama della scena teatrale italiana si distingue per la capacità di far incontrare tradizione popolare e ricerca culturale spingendosi di volta in volta nell’esplorazione creativa di terreni diversi, dalla letteratura al cinema (Sandokan o la fine dell’Avventura e Tràgos), dal fumetto all’opera (ESSEDICE e Don Giovanni di Mozart). La Compagnia ha ricevuto un Premio UBU Speciale nel 2008 e il Premio Nazionale della Critica nel 2011. Nel 2016 I sacchi di sabbia vincono il Premio Lo Straniero per la loro attività.

Massimiliano Civica, reatino, classe 1974, dopo essersi laureato in Storia del Teatro alla Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza, svolge un percorso formativo composito che passa dal teatro di ricerca (seminari in Danimarca presso l’Odin Teatret) alla scuola della tradizione italiana (si diploma in regia presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico) per poi compiere un apprendistato artigianale presso il Teatro della Tosse di Genova. Nel 2007 vince il Premio Lo Straniero (assegnato dall’omonima rivista diretta da Goffredo Fofi) e il Premio Hystrio/Associazione Nazionale Critici Teatrali per l’insieme della sua attività teatrale.
Sempre nel 2007, a soli 33 anni, diventa Direttore Artistico del Teatro della Tosse di Genova e vince il Premio ETI Nuove Creatività.
Nel 2008 per lo spettacolo Il Mercante di Venezia vince il Premio UBU per la miglior regia. Nel 2009 gli viene assegnato il Premio Vittorio Mezzogiorno.
Nel 2014 dirige Alcesti di Euripide messo in scena nell’ex carcere delle Murate a Firenze. Per questo spettacolo vince il Premio UBU 2015 per la miglior regia.
Dal 2013 tiene un corso di alta specializzazione in recitazione presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’amico di Roma.

NO HAMLET PLEASE al Teatro India

di Veronica Meddi – Dal 7 all’ 11 dicembre il palcoscenico del Teatro India accoglie una riflessione sul senso dell’Umano oggi, sul dramma delle migrazioni di uomini, donne, bambini, che troppo spesso invece di un futuro “normale” trovano respingimento e morte. No Hamlet Please è lo spettacolo dedicato alla questione delle migrazioni forzate che Riccardo Vannuccini presenta in prima nazionale, nell’ambito del progetto TEATRO IN FUGA, potando in scena giovani attori e richiedenti asilo provenienti dall’Africa, affiancati dagli attori della Scuola di Teatro e Perfezionamento Professionale del Teatro di Roma.

L’Amleto di William Shakespeare diventa un libro segreto, si fa mappa del mondo in grado di misurare le cose del tempo attuale. Il testo si trasforma in azione scenica e allora un foglio strappato dal copione diventa la carta d’identità, il permesso di soggiorno, una ricetta medica, l’ultima lettera alla madre, un fuoco nella notte, la tomba sulla sabbia. Amleto è come una traccia, un segnale di orientamento fra uomo e dio, fra bene e male, fra terra e mare, fra castello e deserto, fra vendetta e giustizia, fra cristiano e musulmano, fra oriente e occidente, fra pace e guerra, fra Amleto e Ofelia. Uno spettacolo dedicato alla figura dell’Amleto shakespeariano per ravvicinare i corpi dei partecipanti, rifugiati e attori, e farne uno strumento unico di indagine del contemporaneo, in un progetto di composizione scenica che attraverso la finzione sperimenta nuove possibilità di salute. «Poiché il senso dell’arte, anche quando contraddice è proprio quello della salus – afferma il regista Riccardo Vannuccini – Il nostro campo di indagine scenica metterà in prova un’idea di teatro poetico, non discorsivo dunque, un teatro che possa formarsi e formare in uno spazio altro – minore ma non minoritario e che deve rigenerarsi – rispetto alle attuali forme di conoscenza e comunicazione».

 

Una messinscena che unisce assieme ragazzi, donne, bambini in fuga e attori, con lingue e abitudini diverse, per fare teatro. Persone che fuggono dalle bombe e dalla fame e trovano in qualche modo la salvezza attraverso quella finzione, che serve a conoscere e a divenire divertimento estetico. «Ho lavorato col teatro in Libano più volte, in Giordania, in Palestina, in Iran, nelle zone di guerra, mettendo assieme queste genti “ferite” intorno ad un tavolo per mangiare e discutere, tutti intorno ad una traccia per fare teatro, in un campo all’aperto in mezzo alle tende o in uno scantinato rifugio antiaereo o ancora in un antico hammam trasformato in fascinosa sala teatrale. Per quanto mi riguarda, niente a che vedere col sociale o il pedagogico, io lavoro col teatro per puro divertimento estetico, la finzione che serve a conoscere, qualcosa che possiamo chiamare buona salute, nei teatri come nei centri in Italia per i rifugiati, i C.A.R.A. come nelle tende che ospitano i fuggiaschi nelle zone di guerra».

Amleto allora si trasforma in un campetto di terra battuta, un pezzo di pane, una tazza di tè, un gioco, con in scena rifugiati provenienti dalla Libia, dalla Giordania e dalla Palestina, affiancati dagli attori della Scuola del Teatro di Roma. I grandi temi di Shakespeare si collocano in altri luoghi e in altri tempi dando vita ad un percorso, un viaggio all’interno di un mondo più che mai attuale e per il quale il teatro può rappresentare uno spazio aperto di comprensione, «perché, se teatro diventa invece una fortezza intellettuale, un testo tomba – conclude Vannuccini – allora non funziona. No – mi dicono sorridendo i giovani africani o i bambini siriani – no Hamlet, please».

 

Lo spettacolo si inserisce nel segmento di Stagione TEATRI DI COMUNITÀ che sostiene e accoglie esperienze di teatro sociale come il Laboratorio Integrato Piero Gabrielli, i cui spettacoli nascono da un lungo lavoro di formazione con ragazzi con e senza disabilità, diretti da Roberto Gandini; la rassegna Garofano Verde di Rodolfo Di Giammarco; il lavoro dei detenuti-attori della Compagnia di Rebibbia con Finisterre.

Elvia Gregorace e Mr. Leo Gullotta, insieme, per amore del teatro

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di Veronica Meddi – La sensazione, scorrendo questo viaggio letterario di Elvia Gregorace «Mr. Gullotta, Leo. My huge Pumpkin» (Carratelli Editore, pag.147, euro 12) è simile a quella che provo quando trascorro del tempo nella mia stanza. Cosa intendo. Io e la Gregorace abbiamo la stessa passione: il teatro. E teatro include nei suoi sensi più profondi non solo il testo ma anche un sottotesto fatto di umanità, cultura, rispetto. E poi ancora, sacrificio, regole. Passione e anche un po’ di rabbia. Leo Gullotta è un grandissimo artista, definirlo semplicemente attore sarebbe sminuirlo, e proprio non mi sembra il caso visto che di un vero Maestro qui si parla. Anche se Leo stesso dice: «Maestru, maestru…. U maestru sta a scola». Dovrà pur farsene una ragione, d’altronde lui la sua lezione umana e artistica l’ha data e come! Elvia definisce questo suo lavoro, libello. Forse per la sua dimensione, che viene comunque bilanciata da tutto il contrappeso dell’impeto amoroso che l’autrice ci mette dentro. Saranno pure poche pagine ma la colonna sonora che si percepisce sfogliando, e sfogliando leggendo, è pari a quella di una marcia. Altro che viaggio. Qui si va in missione, per rispetto: nei confronti del suo papà che le ha trasmesso l’amore per il Bagaglino, anche. «Dieci sono gli insegnamenti emersi dai miei incontri con Leo» precisa sin dalle sue prime battute. Non è così, ovviamente. C’è molto di più. L’autrice non le manda a dire. Le dice, anzi, le scrive: «Più non sono nessuno e più credono di essere qualcuno, forse per autoconvincersene». Si riferisce a quei divetti spocchiosi dell’ultimo momento, usciti magari (e il ‘magari’ lo dico per loro non certo per noi) da qualche reality. Il primo insegnamento di Leo è: «Se qualcuno è, non ha bisogno di dimostrarlo perché sa già di essere e non necessita di conferme». Chiarito questo… Tra Pingitore, Castellacci, Pippo Franco, Oreste Lionello, spunta al Salone Margherita una talentuosa e nostalgica Gabriella Ferri. Il teatro aiuta a vivere meglio con se stessi e con gli altri, perché, teatranti o no, attori o Attori, pur sempre animali sociali siamo. Il cibo, invece, può aiutare a capire la personalità della gente, di questo è convinta questa anima inquieta e irriverente dell’autrice. «Quando si tratta del meridione, nella maggior parte dei casi, tutti non ne parlano, ne sparlano», energiche vibrazioni arrivano forti e chiare. E dopo aver ‘marciato’ io stessa con queste due personalità, posso dire che il volto di Elvia e la maschera di Leo si sono dati qui reciproco nutrimento. Saziando anche me.

Al Teatro Argot Studio corre la MARATONA DI NEW YORK

di Veronica Meddi – Dal 6 al 18 dicembre per la sezione LARGE della stagione teatrale all’Argot Studio di Roma, debutta, in prima nazionale, lo storico testo teatrale dell’autore e drammaturgo Edoardo Erba, Maratona di New York, andato in scena per la prima volta all’Argot nel gennaio 1993 con gli interpreti Bruno Armando e Luca Zingaretti; a distanza di vent’anni lo ritroviamo nella regia di Maurizio Pepe con Marcello Paesano e Edoardo Purgatori, attore nella serie televisiva “Un medico in famiglia”.

Breve sinossi

Mario e Steve, immersi nell’atmosfera rarefatta ma molto fisica della corsa dipanano le loro esistenze scanditi da un tempo che pare non obbedire più alle regole consuete. Il mondo notturno e deserto, lo spazio senza più riferimenti nel quale i due uomini si muovono, tutto asseconda il tentativo di Mario e Steve di affidarsi ai ricordi e alla memoria come ultima risorsa per rivendicare la propria esistenza e trionfare in società.

Dalle note di regia

La grandezza di “Maratona di New York” risiede nella sua semplicità; il racconto altro non è che le chiacchiere di due giovani, Stefano e Mario, che si allenano per la maratona di New York. Dietro questa apparente normalità, durante questo ennesimo allenamento notturno, ecco che emerge qualcosa di inaspettato. Sembra una notte normale come tante altre, l’allenamento prosegue nel tentativo di raggiungere il passaggio a livello alla fine della strada; la corsa inizia a essere faticosa e i muscoli non ce la fanno più. Unico sostegno per non mollare è la profonda amicizia che lega i due amici; ecco che il passaggio a livello diviene un traguardo irreale, ecco che emergono le inquietudini dei personaggi nel tentativo di dare un senso a se stessi, alla vita, al proprio agire; Stefano e Mario si ritrovano in un non-luogo dove la corsa diviene metafora della vita e i due personaggi danno voce a dubbi e inquietudini che fanno parte della vita di ognuno, per i quali forse non c’è una vera risposta.

Maurizio Pepe

L’Italia, la Libia e gli immigrati

Sarina Biraghi –khalifa

Nel 2015 circa un milione di persone ha attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Attraversare il mare Nostrum significa passare in Italia nel migliore dei casi, fermarsi nel nostro Paese nel “peggiore” dei casi quando, cioè, le pratiche di riconoscimento di persona e di status, rifugiato o semplice migrante, richiedono tempi che possono arrivare fino ad un anno.

Malgrado gli arrivi siano imponenti l’Unhcr tende a sdrammatizzare anche se, dopo la chiusura della rotta balcanica, l’Italia è e resta il primo Paese d’arrivo e lo dicono i numeri: nel corso del 2016 249.801 sono sbarcate sulle nostre coste. Il mare è diventato invece una tomba per circa 4000 persone, comprese donne e bambini.

Renzi, con i suoi toni da campagna elettorale continua a dire che non possiamo lasciare che il problema immigrazione esploda per colpa dell’Ue. Ma veramente il nostro governo fa tutto il possibile per arginare l’ondata migratoria o la drammatica morte del colonnello Gheddafi ha veramente spianato le rotte del deserto che fanno arrivare i clandestini fino al porto di Zuwara per salpare verso le spiagge italiane arricchendo il traffico illegale degli scafisti?

L’immigrazione clandestina non rientra tra le priorità del governo italiano. Noi abbiamo dato delle indicazioni al governo italiano ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta di collaborazione – dice senza fronzoli Mohammed Khalifa el Gwell, presidente legittimo del Governo di Salvezza Nazionale della Libia, da molti considerato il premier ostile al governo di Fayez Sarraj – Noi abbiamo avuto contatti con i governi italiano e francese e gli abbiamo spiegato come affrontare il problema per porre fine all’immigrazione clandestina verso l’Europa, creando occasioni di sviluppo nel Sud della Libia che vadano a beneficio di questi migranti che si potrebbero stabilizzare a sud del nostro Paese se venissero impiantate fabbriche o create altre opportunità di lavoro”.

Avete avuto contatti in Italia?

“Sì, siamo andati al Ministero degli Esteri italiano e abbiamo incontrato dei funzionari italiani, ma non abbiamo avuto la loro collaborazione. L’immigrazione clandestina non è una priorità”.

Cosa avete proposto?

“Noi gli abbiamo detto: se ci date metà dei soldi che avete dato a Gheddafi, vi teniamo al riparo da questi flussi migratori clandestini. Purtroppo non ci hanno dato ascolto. Con questi soldi, noi avremmo costruito le infrastrutture necessarie e avremmo garantito una vita dignitosa alla povera gente africana che passa dalla Libia e arriva da Ciad, Niger, Mali e Sudan in cerca di una vita migliore. Perché sia chiaro, non ci sono libici tra i clandestini perché i libici non sono desiderosi di migrare in Europa”.

L’antica amicizia Italia-Libia non è stata “onorata”?

“Il nostro governo ha fatto la sua parte ma non abbiamo avuto la collaborazione dell’Europa e soprattutto dell’Italia”.

Il governo di El Serraj ha stretto però collaborazione con l’Italia?

“Si, certamente. Vi è collaborazione tra il governo di El Sarraj e il governo italiano, in particolare, ha portato a Misurata circa 300 militari italiani armati fino ai denti e con mezzi militari con la scusa di intervenire per la questione sanitaria e difendere l’ospedale mobile, ma questa cosa è una grande menzogna e il nostro popolo di Misurata non è affatto soddisfatto dell’operazione. Anzi, dico che questi soldati italiani se ne devono andare via immediatamente e tornare alle loro famiglie. Qui sono indesiderati. Loro credono di avere portato la pace, invece hanno portato problemi a questa città”.

Ma l’Italia comunque come è vista dai libici?

“Il popolo libico ha da sempre forti legami con il popolo italiano. I libici amano i prodotti made in Italy e circa il 50-60% dell’importazione libica proviene dall’Italia. Le compagne italiane per lo sfruttamento e la ricerca del petrolio libico sono benvenute, come Eni e altre società italiane. Tuttavia, gli accordi e gli affari devono essere chiari e sotto la luce del sole. Noi siamo leali e manteniamo gli accordi”.

Si diceva che lei avesse abbandonato Tripoli per lasciare spazio al governo di riconciliazione di Serraj

“Dopo l’agosto 2014, dopo l’operazione “l’Alba della Libia”, e fino a marzo 2016, avevamo il controllo di Tripoli e la Libia era sotto il controllo del comando del GNC, Governo di Salvezza nazionale. In quel periodo Tripoli con i suoi 3 milioni di abitanti, ha conosciuto la pace, i servizi vitali erano garantiti, i bambini andavano regolarmente a scuola. Dopo l’accordo di Skhirat e il ritorno di Al-Sarraj su una fregata inglese nel buio della notte, come immigrati clandestini, la situazione è tornata a peggiorare e sono comparse le prime operazioni di rapimento, i crimini e gli scontri. Sono state rapite personalità simbolo che avevano combattuto contro Gheddafi. Ma ora siamo tornati nelle sedi del nostro governo a Tripoli. Non è vero che l’avevamo abbandonata per rifugiarci a Misurata. Ora siamo tornati nelle sedi e nei ministeri e, insciallah, Tripoli tornerà a vivere in pace e sicurezza come prima”.

Quale è il programma che il governo di Salvezza Nazionale vuole realizzare?

“Noi vogliamo riunificare la Libia. Un Paese unito e forte che possa proteggere la sua terra, possa combattere contro tutti i tipi di terrorismo e faccia guerra a Daesh (Isis). Vogliamo una Libia capace di garantire tutti i servizi necessari al popolo, comprese strade, aeroporti, ospedali e scuole. Vogliamo costruire una Libia libera che abbia forti rapporti con tutti gli Stati nel mondo, essere parte dell’ONU e della comunità internazionale. Vogliamo che tutti gli Stati ci aiutino nella crescita e nel rafforzamento della nuova Libia. Certo, la Libia è un paese di musulmani, ma noi rispettiamo tutte le religioni”.

C’è ancora qualche traccia di Gheddafi?

“Certo, nel governo di Serraj ci sono uomini che hanno lavorato col regime di Gheddafi”

Sa i nomi?

“Lo stesso El-Sarraj, Mousa Al-Koni, Ahmed Hamza e tanti altri che lavoravano nel Consiglio di Presidenza e in segretaria. Erano consiglieri. L’attuale Ministro degli Esteri nel governo di El-Sarraj,  Mohammed Siala, era Ministro degli Esteri di Gheddafi nel 2011 durante la rivoluzione popolare. Ora lui vorrebbe presentarsi come nuovo, ma in realtà faceva parte del vecchio regime”.

Lei è contro Serraj ma una riconciliazione col, governo di Tobruk e Al-Thani è possibile?

“Abbiamo già incontrato  Al-Thani ed abbiamo concordato di riunificare la Libia sotto un solo governo. Ci sono concrete speranze per unificare il governo libico e costruire uno Stato unito, forte e sovrano. Ci siamo anche messi d’accordo sulla formazione di commissioni congiunte e alcuni ministeri di servizio, come la Sanità, l’istruzione, l’economia e gli esteri. Presto nascerà questo governo”.

Come dire, insciallah almeno per l’immigrazione.

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA di Lavia al Teatro Quirino

di Veronica Meddi – dal 6 al 18 dicembre al Teatro Quirino L’uomo dal fiore in bocca …e non solo è il nuovo spettacolo diretto e interpretato da Gabriele Lavia, con Michele Demaria e Barbara Alesse.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana e Teatro Stabile di Genova.

Dopo Sei personaggi in cerca d’autore, passando per Vita di Galileo di Brecht, Lavia torna al drammaturgo agrigentino che più di ogni altro ha segnato la cultura, e di conseguenza il teatro, del nostro tempo, arricchendo il monologo originale con altre novelle che affrontano il tema della donna e della morte.

Il denominatore comune sono le paure e il bisogno di esorcizzarle dietro una qualche forma di maschera, imposta dagli altri e infine accettata, per quieto sopravvivere. Tra l’essere e l’apparire.

Per questa produzione sono stati riaperti gli storici laboratori del Teatro della Pergola di Firenze che hanno realizzato interamente l’imponente scenografia.

L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello è la scena maestra dell’incomunicabilità, della solitudine che si aggrappa alla banalità dei particolari più piccoli e insignificanti del quotidiano per cercare di rintracciare una superiorità della vita sulla morte. Gabriele Lavia, con Michele Demaria e Barbara Alesse, prova a trattenerla un altro po’, prima della fine.

L’atto unico, rappresentato per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano, è un colloquio fra un uomo che si sa condannato a morire fra breve, e per questo medita sulla vita con urgenza appassionata (l’Uomo dal fiore in bocca, interpretato da Gabriele Lavia), e uno come tanti, che vive un’esistenza convenzionale, senza porsi il problema della morte (il Pacifico Avventore, interpretato da Michele Demaria). L’autore, come in altri casi, trasse il testo teatrale da una novella scritta anni prima e intitolata La morte addosso.

La morte addosso potrebbe essere il sottotitolo di tutta l’Opera Letteraria di Pirandello – scrive Gabriele Lavia nelle note di regia – si sa che fin dalla sua fanciullezza il piccolo Luigi fu come “risucchiato” dall’orrore e dal mistero della Morte. L’episodio, famosissimo, del cadavere e dei due amanti, accaduto al giovanissimo Luigi, in quello strano “fondaco” buio, segnò per sempre lo Scrittore e la sua Opera”.

L’originale pirandelliano, che non subisce alcuna modifica nella trasposizione teatrale che ne fece l’autore, è stato arricchito da Gabriele Lavia con altre novelle che affrontano il tema della donna e della morte (“per Pirandello sono “figure” inscindibili, vorrei dire “sovrapposte” ” scrive Lavia).

La scena si apre in una simbolica Sala d’Attesa di una qualche stazione ferroviaria del Sud Italia. Si tratta di una scenografia imponente, disegnata da Alessandro Camera, e realizzata interamente nei laboratori del Teatro della Pergola, riaperti appositamente per questa produzione. La struttura portante, alta almeno 9 metri, tutta in legno di pioppo, regge le vetrate annerite della vecchia stazione. Ai lati vi sono lunghe panchine con scanalature e braccioli a motivi semicircolari, mentre il pavimento è composto di 92 tasselli d’abete e ricoperto da uno strato di decorazione a motivi geometrici; al centro, incombente, un grande orologio che ha smesso di girare.

“Piove a dirotto, ma è estate (tempo assurdo!) per soddisfare il “sentimento del contrario” – annota Gabriele Lavia – così amato dalla poetica del nostro Autore. C’è un uomo nella stazione e arriva anche un ometto pacifico, pieno di pacchi colorati, che perde sempre il treno e che lo perderà sempre”.

L’Uomo dal fiore in bocca comincia a parlare con un’insistenza crescente, ironica e disperata, dimostrando una straordinaria capacità di cogliere i più minuti e all’apparenza insignificanti aspetti della vita. Le sue considerazioni amare rivelano terribili verità: l’uomo infatti è in attesa di morire. Mentre è in preda a queste dolorose confessioni vede dietro l’angolo l’ombra della moglie, interpretata da Barbara Alesse. È una donna preoccupata, lo vorrebbe curare col proprio affetto, ma all’Uomo dal fiore in bocca non è di consolazione, anzi, è un ostacolo alla sua stringente necessità di vita da vivere che lo porta a osservare i commessi che impacchettano la merce venduta.

“C’è una donna, che guarda dentro la Sala d’Attesa, da fuori della grande vetrata – conclude Lavia – e poi ci sono tante “donne…donne…donne” che non si vedono ma che sono l’assillo o l’incubo del nostro piccolo “uomo pacifico”. Chi è quella donna che passa? La moglie? La morte?”

La morte non è qualcosa che ci salta addosso e, quindi, possiamo scacciare. No, la morte, quando entra in noi, è invisibile.

 

Carrozzerie n.o.t. si fa spazio scenico per ECHOES

 

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di Veronica Meddi – Marco Quaglia e Stefano Patti saranno i protagonisti di ECHOES di Lorenzo De Liberato, per la regia di Stefano Patti, in scena a Carrozzerie n.o.t. dal 15 al 17 dicembre 2016.

Un’utopia distorta, una speranza avariata, un’illusione di progresso che, invece di migliorarci, ci fa sprofondare dentro un baratro oscuro.  Due personaggi e tante sfaccettature, infinite derive che rispondono alle tante degenerazioni di cui l’umanità si scopre capace. Se l’utopia è la prospettiva di qualcosa di meraviglioso, un ideale talmente perfetto da risultare poi irrealizzabile, la distopia è la sua copia carbone, ovvero la versione decadente di una società piena di contraddizioni. In ogni caso parliamo di scenari futuribili, di immaginari spinti verso un ipotetico domani, insomma di proiezioni. Un testo simile al plot di una serie avvincente che potremmo vedere su Netflix, una drammaturgia atipica nel panorama teatrale italiano. Uno spettacolo dal taglio cinematografico, un thriller che evoca la drammaturgia anglosassone. Questo e molto altro è ECHOES.

Sinossi

In un futuro distopico e vicino a noi la terra è ormai divisa in grandi blocchi governativi. Non esiste la democrazia come la conosciamo. Non esiste l’umanità come la intendiamo oggi. Una bomba è stata sganciata in un agglomerato urbano. Sono morti un milione di persone. Un giornalista, De Bois, intervista il responsabile di questa carneficina, il misterioso Ecoh. La domanda è semplice e precisa: Perché? I due personaggi sembrano molto lontani eppure forse non lo sono. Da un lato abbiamo chi rappresenta il potere e dall’altro chi lo combatte. Da questo incontro nascerà uno scontro che arriverà a far sì che i due protagonisti non si riconosceranno più in un buono e in un cattivo ma tenderanno a fondersi.

In un’epoca, simile a quella in cui viviamo, straziata da terrorismo e guerre, cosa possono dirsi due uomini coinvolti in prima persona ai vertici di questa crisi? Echoes offre al pubblico la possibilità di essere spettatori di un dialogo che probabilmente non ascolteremo mai.

Un interessante POVERO DA MORIRE vi aspetta al Teatro dei conciatori

V. M. – Dal 29 novembre al 4 dicembre 2016 al Teatro dei Conciatori sarà in scena POVERO DA MORIRE scritto e diretto da Francesco Di Chio. In scena: Simone Borrelli, Simona Di Bella, Marina Savino, Fabio Orlandi, Alberto Marino. Simone Borrelli, Simona Di Bella, Alberto Melone, Marina Savino, Fabio Orlandi

Mattia è bello, simpatico e disoccupato. In piena crisi economica, trascorre le sue giornate ospite dal suo migliore amico, senza porsi troppe domande, inviando curriculum e correndo dietro alla ragazza di turno. All’improvviso, attanagliato dai debiti e da Equitalia, decide di attuare un piano “perfetto”… Così, da un espediente particolare quanto curioso, prende vita la commedia, sviluppandosi poi attraverso una serie di equivoci, inganni e colpi di scena.

All’interno di un microcosmo riconoscibile da ognuno di noi e accompagnato da personaggi divertenti quanto realistici, Mattia cerca di fuggire dal mondo che lo circonda (e forse anche da se stesso), spingendoci verso un epilogo inaspettato.

La commedia, atto unico di Francesco Di Chio, con ironia e un linguaggio attuale, affronta il delicato tema della crisi economica e della disoccupazione (non solo giovanile) con l’obiettivo di raccontare questo nostro momento storico – sociale, senza l’ambizione di dare risposte, ma con la volontà, cercando di far sorridere per novanta minuti, di stimolare riflessioni, strizzando l’occhio alle tanto apprezzate commedie amare del neorelismo italiano.

Al Teatro Della Comunità c’è CASSANDRA

 

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di Veronica Meddi – Sarà in scena al Teatro La Comunità dal 14 al 22 dicembre 2016 lo spettacolo CASSANDRA variazione sul mito n. 2 scritto e diretto da Laura Angiulli con Alessandra D’Elia, Caterina Spadaro e l’interpretazione in canto di Caterina Pontrandolfo su musiche scritte da Enrico Cocco e Angelo Benedetti. Cassandra è la più bella tra le figlie di Priamo, amata da Apollo e per non avere corrisposto il suo amore dotata di inascoltata capacità profetica. Attraverso un richiamo ai testi tratti da Eschilo, Euripide, Licofrone fino a Christa Wolf e al generoso contributo di Enzo Moscato ne deriva un’opera autentica, dalla scrittura autonoma e originale, volta a far emergere una figura di donna, forse la meno celebrata e più sfuggente immagine del grande affresco della Troia all’epilogo, che secondo le parole della regista, «si impone sul suo popolo e sugli eventi per lucida capacità di interpretare i fatti e valutarne l’esatta entità delle forze contrapposte. Essa si sottrae alla massa dolente dell’ampia schiera al femminile che popola lo scenario offerto dalla famiglia di Priamo e si afferma con controversa personalità in un ruolo che, a ben vedere, è innanzitutto politico››. Cassandra osserva lucidamente, penetra la verità dei suoi giorni, mai ripiegata, più che altro furente, e va incontro allo spietato destino di schiava e vittima mentre Troia consuma tra le fiamme la sua dolente epopea.

Al Teatro Vascello… un’idea… “HABEROWSKI”

V. M. – Dal 29 novembre al 4 dicembre 2016 al Teatro Vascello “HABEROWSKI”

Alessandro Haber e Manuel Bozzi: due menti, due cuori e un fiume di idee. Una nuova visione di una celebre performance di Haber. un “remix” come amano chiamarlo gli autori. Gli ingredienti di questo remix sono semplici, efficaci, potenti: Alessandro Haber regala una interpretazione a tratti autobiografica nella quale miscela con grande esperienza e passione i sentimenti più nichilisti e cinici dello scrittore americano. Haber interpreta, recita, canta ma soprattutto vive i testi e le poesie originali di Charles Bukowski accompagnato dalla musica elettronica di Alfa Romero e da un visual ideato da Manuel Bozzi e Olivander in una continua interazione con il pubblico. Un’esperienza sonora e visiva coinvolgente e di grande qualità artistica. La tromba di Andrea Guzzoletti, con i suoi fraseggi colora e completa la pièce, unendo note romantiche e riflessive all’appeal elettronico dello spettacolo Tecnologia. recitazione, musica, amore si fondono in un progetto ad alto impatto emotivo. Un live, perché di un vero e proprio live si tratta, che arriva dritto al cuore, che farà emozionare, soffrire, sorridere e divertire il pubblico che assaporerà Bukowski sotto una nuova luce, dove le parole si uniscono alla musica elettronica ed alle immagini in un’unica incalzante danza dagli irriverenti toni beat/bukowskiani.
Alfa Romero è il nome del duo composto da Marzio Aricò e Lorenzo Bartoletti, Dj di fama internazionale e produttori di grande levatura della scena Techno/House italiana che hanno accettato la sfida di accompagnare i dissacranti testi di Bukowski magistralmente interpretati da un grande Haber. Il duo propone tracce originali, appositamente editate per lo spettacolo. 
Andrea Guzzoletti nasce col Jazz e naviga con mano esperta nell’elettronica. Suona e produce con e per i più grandi. Collabora con Hector Zazou, Peter Erskine, John Taylor fino ad approdare all’avanguardia e alla musica dance. Da Label Manager di Alfa Romero Recordings contribuisce alla messa in opera del progetto Haberowski nel quale ha anche il ruolo di trombettista.

Attenti al video che paralizza gli iPhone

Cosa serve per mandare in tilt un iPhone? Basta un video di appena pochi secondi con alla base un codice malevolo e il gioco è fatto. Quindi, possessori di un “melafonino” state in guardia, il filmino all’apparenza innocuo è in grado di mandare in crash i vostri device costringendovi a dover fare un riavvio forzato del dispositivo per poter tornare ad usarlo come prima. Sembra impossibile, invece è tutto vero. Scoperto dagli utenti di Reddit, tale video si può diffondere attraverso messaggi che contengono un link. Se l’utente apre il collegamento e fa partire il filmato, una decina di secondi dopo averlo visto si troverà in mano un iPhone completamente bloccato. A questo punto l’unica soluzione sarà forzare il riavvio, tenendo premuti contemporaneamente per dieci secondi il tasto accensione e quello per abbassare il volume in iPhone 7, tasto accensione e tasto home nei modelli precedenti. Una volta riavviato, il dispositivo tornerà a funzionare in modo normale. Il fatto stesso, però, che questo tipo di codice malevolo sia in grado di mandare facilmente KO un sistema ritenuto generalmente molto affidabile, porta a riflettere sulla sicurezza dei dispositivi Apple e delle abilità che hanno ormai sviluppato i pirati informatici. Il bug alla base del problema sarà presumibilmente risolto da Apple con un aggiornamento, ma nel frattempo è bene non interagire con link dalla dubbia provenienza.

 

Dragon Ball torna su Pc e console con Xenoverse 2

Dragon Ball Xenoverse 2, il nuovo capitolo del videogame dedicato all’universo manga del Akira Toriyama, arriva per su Xbox One, PlayStation 4 e Pc giusto in tempo per il periodo di Natale. Il titolo come il primo capitolo procede nella trama con un approccio alla narrazione diverso rispetto alla storia canonica del fumetto raccontata già innumerevoli volte in tutte le salse. La storia di Xenoverse 2 si colloca come un sequel del capitolo originale. Nonostante “Demigra” sia oramai solo un lontano ricordo, l’operato della Pattuglia Temporale è ben lungi dall’essersi concluso. La fragile linea temporale della storia è infatti nuovamente minacciata dall’intromissione di una forza malvagia, i cui scopi sono ancora una volta quelli di alterare il corso degli eventi, tentando così di sovvertire la pacifica realtà costruita dopo innumerevoli sacrifici e battaglie memorabili. Gli antagonisti non si limitano però a seminare il caos nella storia, ma si prodigano nel reclutamento attivo di celebri personalità malvagie, protagoniste di alcuni lungometraggi della serie, come il pirata spaziale Turles e il Super Namecciano Slug. Nei panni di un membro della Pattuglia Temporale alle prime armi i giocatori dovranno dare inizio a un lungo viaggio attraverso le varie epoche della produzione di Akira Toriyama, e saranno portati a rivivere in prima persona gli eventi più memorabili dell’intera saga in compagnia di Trunks e di un campione della pattuglia del tempo. Parlando di giocabilità, il titolo ha inizio solo dopo aver “costruito” il proprio alter ego virtuale attraverso l’editor. I parametri tra cui scegliere sono molto simili a quelli del primo Xenoverse, con cinque razze a disposizione che si differenziano per tipologie di abilità e statistiche: i Terrestri, i Saiyan, i Nameccani, gli alieni della razza di Freezer e i Majin. Sono presenti però anche diverse personalizzazioni estetiche per dare maggiore carattere al proprio alter ego virtuale come per esempio l’acconciatura, il colore della pelle e dei vestiti, alcuni tratti somatici e una alcuni accessori. La progressione della storia è affidata al vecchio Kaioh che di volta in volta insieme al Kaiohshin del Tempo spedirà i giocatori in un’era differente ad affrontare uno o più nemici da sconfiggere. Le missioni principali sono tutte formate da più atti, ognuno dei quali coincide con importanti cambiamenti nello scenario dell’incontro. Tutte le scene sono accuratamente riprodotte e altamente evocative, proprio per riportare gli appassionati alle tavole dei manga o alle immagini dell’anime da cui la sequenza è ispirata. Nonostante ciò, partecipare all’azione nelle spoglie di un nuovo misterioso guerriero che viene dal futuro per aiutare i blasonati protagonisti rimane altamente intrigante, anche se alla fine molti eventi di sovrappongono con quanto già visto nel primo Xenoverse. Tecnicamente parlando il videogame si mantiene sulla stessa linea del predecessore: i modelli poligonali dei personaggi sono molto ben fatti e curati, ma l’ambientazione rimane piuttosto scarna, sebbene mitigata da un buon cel-shading. Nonostante ciò, sono indubbiamente apprezzabili le animazioni, e gli effetti particellari e di luce dei colpi speciali, senza contare i 60 fps onnipresenti, che in nessun frangente mostrano il minimo segno di cedimento. Con oltre 70 personaggi giocabili, una pioggia di costumi per il proprio eroe, tantissime missioni di combattimento, da affrontare da soli o con gli amici online, il nuovo titolo dedicato agli eroi di Dragon Ball è sicuramente un software interessante per tutti gli appassionati dell’opera. Grazie alla sua grafica in puro stile “anime”, Xenoverse 2 è in grado di far tuffare gli appassionati in tutti quei luoghi iconici che hanno reso grande l’universo di Dragon Ball. Un regalo di Natale imperdibile, un videogame davvero interessante per chi apprezza i giochi ispirati alle saghe del Sol Levante.

 

Giudizio finale: 8,5

Natale 2.0, HP propone le idee regalo 2016

Il periodo natalizio è alle porte e il momento della scelta dei regali da mettere sotto l’albero sta per arrivare. Molti sono alla ricerca del dono perfetto, ma non tutti sanno già cosa scegliere e rimandano lo shopping agli ultimi giorni, o addirittura alle ultime ore, prima dell’apertura dei pacchetti. Per dare una mano a chi non sa proprio cosa regalare ad amici e parenti, HP propone una selezione di prodotti per tutte le esigenze: notebook in grado di cambiar forma, desktop che possono diventare il centro dell’intrattenimento domestico o far felici i più esigenti appassionati di videogiochi, senza dimenticare le più recenti stampanti multifunzione, colorate e dalle caratteristiche inconfondibili.

HP Spectre x360: performance elevate in un design raffinato

Il nuovo Spectre x360 presenta una connettività migliorata grazie a due porte USB di Tipo C con supporto Thunderbolt 3 e una porta USB di Tipo A 3.0, che permettono agli utenti di connettere le periferiche di ultima generazione. Lo schermo luminoso con una diagonale di 13,3 pollici e pannello FHD IPS garantisce grandi esperienze visive, mentre i colori Natural Silver e Ash Silver e le cerniere levigate lo rendono elegante e adatto per tutte le esigenze. Il nuovo design con doppia ventilazione ottimizza l’aspetto termico per assicurare il raffreddamento durante attività particolarmente pesanti che è possibile eseguire grazie ai processori Intel Core i5 e i7 di settima generazione. La webcam HP Truevision FHD è perfetta per le chat e supporta Windows Hello Facial Log-In, per accedere al PC senza il bisogno di digitare una password. La tecnologia esclusiva HP Fast Charge consente di ricaricare fino al 90% delle batterie in appena 90 minuti. L’HP Spectre x360 è disponibile da novembre, a partire da 1299 euro.

HP Pavilion 27 AIO: il PC che ti fa vivere il cinema in ogni stanza della casa

HP Pavilion 27 AIO è un PC all-in-one che offre un design semplice ma sofisticato che lo rende perfetto per ogni ambiente della casa. Questo desktop sottile ed elegante unisce a un’estetica ricercata le prestazioni tipiche dei prodotti HP, per un’esperienza indimenticabile nell’intrattenimento, nei giochi e nelle attività di ogni giorno. Fantastico sotto ogni punto di vista, il potente processore Intel Core e l’abbondante dotazione di memoria RAM lo rendono il prodotto ideale per le necessità di tutta la famiglia. I contenuti multimediale prenderanno vita come mai prima d’ora grazie al display IPS dotato di vetro senza cornice con risoluzione Full HD, mentre con HP Lounge e grazie all’accesso illimitato a musica e contenuti esclusivi riservato ai clienti HP, non sarà necessario abbonarsi ad altri servizi musicali per avere le proprie canzoni sempre a portata di mano. L’HP Pavilion 27 All-In-One è disponibile a partire da 1399 euro.

HP OMEN X: il PC desktop per i videogiocatori del futuro

Il PC HP OMEN X mette a disposizione degli appassionati di videogiochi fino a due NVIDIA GeForce GTX 1080, le schede grafiche di nuova generazione che offrono effetti visivi sorprendenti anche nei titoli più esigenti e, insieme ai processori Intel Core i5 o i7 di sesta generazione, permetteranno di godere di un’esperienza fluida con la realtà virtuale e un 4K immersivo. Grazie alle tecnologie HP, il PC sarà fresco anche sotto stress per ottenere le più elevate prestazioni possibili: OMEN X supporta fino a 3 radiatori per raffreddamento a liquido da 120mm, con una ventola di scarico e un supporto per mantenere il case sollevato e favorire l’ingresso di aria fresca. La possibilità di accedere alle parti interne senza l’utilizzo di strumenti specifici e la disponibilità di un set di “pronto intervento” nascosto nello chassis consentono di effettuare aggiornamenti in maniera facile e veloce. Il PC HP OMEN X è disponibile a un prezzo indicativo di 2999 euro.

HP DeskJet 3720: dallo smartphone alla stampa, senza interruzioni

Progettata per quanti vogliano stampare le loro foto preferite da Facebook, Instagram o direttamente dal loro smartphone, la stampante HP DeskJet 3720 è la all-in-one più piccola al mondo e unisce capacità di stampa, scansione e copia da prima della classe. Con l’innovativo HP Scroll Scan acquisire documenti di ogni tipo è più semplice che mai, i colori differenti in cui è disponibile consentono a tutti di trovare la stampante adatta al proprio stile per un mondo allegro e colorato. HP offre inoltre una carta fotografica adesiva 4×5 pensata appositamente per l’utilizzo con l’app Social Media Snapshots e perfetta per decorare camere da letto e armadietti o per la condivisione con amici e familiari. La stampante HP DeskJet 3720 è disponibile nelle colorazioni blu e grigio perla; la “sorella” HP DeskJet 3730 è disponibile in acqua marina, al prezzo suggerito di vendita di 69,99 euro.

Natale: per il tech toy Hatchimals prezzi alle stelle online

di Roberta Maresci – Ricordate il Tamagotchi che dovevate curare come un bambino? E Furby? Oppure Emiglio, il primo robot parlante? Il Grillo Parlante di Clementoni? Giocattoli interattivi degli anni Ottanta/Novanta. Oggi è arrivato Hatchimals di Spin Master e prevede empatia con il suo padroncino. Già esaurito in Uk, Usa e Canada, dove i prezzi dai rivenditori online stanno salendo alle stelle, fino al triplo del costo di listino, anche in Italia è partita la “caccia all’uovo”.

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Pensato appositamente per un target d’età fra i 5 e gli 8 anni, Hatchimals ha una forma di uovo, che si schiude con le cure e le coccole dei bambini. Appena tolto dalla sua confezione, Hatchimals, inizia subito a interagire con il nuovo padroncino. La novità è una: per la prima volta, grazie a sofisticate tecnologie elaborate dalla Robotics Global Business Unit di Spin Master, un uovo non è solo contenitore statico di un giocattolo, ma parte integrante della dinamica di gioco. Hatchimals, accoccolato nel suo guscio, reagisce al tocco umano, interagisce con il bambino e lo stimola a prendersene cura, emettendo suoni da cucciolo e luci che solleticano la curiosità, dando vita a una connessione emotiva unica.uovo-2

In un crescendo di sensazioni che culminano nel  momento più sorprendente, la schiusa dell’uovo. Un momento che avviene una sola volta, ma che rappresenta solo l’inizio dell’esperienza. Le successive cure del bambino possono far “crescere” Hatchimals in 3 fasi, insegnandogli a camminare, parlare, giocare, ballare, ripetere frasi, rispondere a comandi sonori e gestuali e altro ancora. Reagisce al suo tocco e lo stimola a prendersene cura, emettendo suoni da cucciolo e luci che solleticano la curiosità, aumentando la connessione emotiva con l’esserino contenuto all’interno, fino all’attesa nascita del tech pet. Le successive cure del bambino possono far “crescere” Hatchimals in 3 fasi, insegnandogli a camminare, parlare, giocare, ballare, ripetere frasi, rispondere a comandi sonori e gestuali e altro ancora.  Esistono due specie di Hatchimals: i Pengualas e i Draggles, ma fino al momento della schiusa, i bambini non sapranno quale Hatchimals vedrà la luce.

Microbotox: botox diluito per risultati più naturali

di Roberta Maresci – Il Microbotox? Prevede l’utilizzo diluito del botulino per ringiovanire e tonificare la pelle di viso, collo e décolléte. «Riduce le rughe, anche le più piccole, ringiovanisce e tonifica la pelle di viso, collo e décolleté» dice Patrizia Piersini, medico estetico di Torino e docente della Scuola Superiore di Medicina Estetica dell’Agorà di Milano. «Oggi i pazienti vogliono avere un aspetto riposato, ma senza stravolgere i lineamenti del volto. “Risultati naturali” è la parola d’ordine, evitando eccessi o visi smaccatamente ritoccati» dice Piersini.

botoxSecondo l’American Society of Plastic Surgeons, la proteina botulinica è il trattamento estetico più praticato in assoluto con 6.7 milioni di trattamenti effettuati nel 2015, in aumento del 759% rispetto al 2000. «Una crescita esponenziale, che è andata di pari passo con la richiesta dei pazienti di trattare il viso con procedure che diano risultati naturali, in modo da avere un aspetto solo più disteso, meno stanco, raffinato e non finto o, addirittura, volgare. Il Microbotox è la risposta per chi vuole rinfrescare la propria immagine senza stravolgimenti» afferma il medico torinese.

Il principio attivo è sempre quello della proteina botulinica, proteina altamente purificata prodotta dal batterio Clostridium botulinum  e approvata per l’uso medico-estetico in tutti i paesi del mondo. «Con questa tecnica, la proteina botulinica è presente in micro quantità, risultando comunque efficace: non solo attenua le rughe, ma migliora soprattutto la qualità della pelle, donandole un aspetto più tonico e compatto e restringendo notevolmente i pori dilatati» spiega Piersini.

 

Cos’è La tecnica del Microbotox è stata messa a punto da Woffles Wu, chirurgo plastico di Singapore, e pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Plastic & Reconstructive Surgery: «La proteina botulinica è utilizzata in dosi molto ridotte e la tecnica di applicazione risulta estremamente semplice e poco dolorosa: si effettuano piccole punture con un ago sottilissimo a livello dermico, quindi superficiale e non muscolare, come avviene di solito con il botulino» dice Piersini.

 

Come funzionaLe “punturine” sono fatte a distanza di circa un centimetro l’una dall’altra, iniettando piccole gocce di Microbotox con un ago sottilissimo, lungo solo 4 millimetri. Lo scopo non è bloccare il muscolo, ma intervenire sulle fibre superficiali che sono responsabili delle rughe. Le sedute durano circa 10-15 minuti e dopo il trattamento può verificarsi un lieve rossore che scompare in poche ore e si può  ritornare velocemente alle proprie attività sociali e lavorative. I risultati si vedono dopo 2-3 giorni e hanno una durata di circa quattro mesi. Il costo va dai 250 ai 500 euro.

 

In quali zone – È utilizzato per viso (in particolare fronte, guance e zona perioculare), per collo e décolleté. «Il Microbotox è utile per intervenire in aree particolarmente delicate, come quella che circonda l’occhio, permettendo di correggere le piccole rughe della palpebra inferiore, o per  migliorare le rughe fini e sottili delle guance. È ottimo anche per i pori dilatati, per l’acne rosacea o per l’acne in fase attiva in quanto regola la secrezione di sebo, diminuendo lo stato infiammatorio» spiega il medico estetico torinese.

 

L’effetto – Il Microbotox corregge le rughe, in particolare le più piccole, altrimenti difficili da eliminare. Si utilizza anche nel décolleté e nel collo o per ridefinire l’ovale. Il Microbotox ha anche un effetto visibile sulla qualità della pelle in quanto regolarizza la ghiandola sebacea e quellasudoripara. La proteina botulinica stimola inoltre fortemente i nostri fibroblasti alla produzione di collagene, rendendo la pelle  più elastica e compatta e più distesa. Il Microbotox va nella direzione di un approccio sempre più personalizzato sul singolo paziente. «Per ogni paziente, in base al tipo di pelle e alle sue esigenze, si mette a punto un piano di ringiovanimento adeguato, spesso combinando tecniche diverse» aggiunge Piersini.

 

Non per tutto Ottimo per alcune zone del volto, non può essere usato per tutti. Infatti proprio per questo spesso spesso viene applicato in combinazione con il botulino tradizionale o con i filler riassorbibili per ottenere un risultato ottimale. Il consiglio è di rivolgersi a un medico estetico esperto e affidarsi ai suoi consigli.

 

I pazienti Il Microbotox è adatto a pazienti di tutte le età, uomini e donne. «È indicato sia per i più giovani, che iniziano ad avere le prime rughe, sia per migliorare in modo concreto le pelli più mature ma anche per tutti quei pazienti che vorrebbero provare la proteina botulinica ma temono un risultato non naturale. L’età è relativa: le rughe, in particolare quelli mimiche, non sempre sono correlate con l’età anagrafica» conclude Piersini.

Al Teatro Parioli esplode la vita con Gran Cafè Chantant

V. M. – Al Teatro Parioli Peppino De Filippo dal 1 al 31 dicembre 2016, vaudeville di Tato Russo da Eduardo Scarpetta con Tato Russo che firma anche la regia e con l’Orchestra Gran Cafè Chantant che eseguirà musiche dal vivo.

Tato Russo riscrive e trasforma la commedia di Scarpetta in un vaudeville e, intorno al classico divertentissimo intreccio scarpettiano, ci propone l’analisi critica di un periodo storico che, pur durando lo spazio di una meteora, fu denso di significati culturali e civili, che chiudeva un secolo, l’Ottocento, e ne apriva un altro: quello dell’opera moderna.

Siamo ai primi del 900, nel cuore della belle epoque. Molti teatri di prosa chiudono perché la moda dell’epoca li rende ormai deserti. Qualcuno per seguirla viene trasformato in ritrovo di numeri ben più allegrotti. Due coppie di artisti ormai alla fame sono costretti, loro detentori dell’antica arte della tragedia, a riciclarsi come vedette di café chantant. Una serie infinita di traversie e di avventure tutte da ridere li accompagna in quello che vuole soprattutto essere l’affresco d’un epoca edonistica e culturalmente in grande decadenza. Tato Russo riscrive e trasforma la commedia di Scarpetta in un vaudeville, che è un tourbillon di trovate e di caratteri, e intorno al classico divertentissimo intreccio scarpettiano ci propone l’analisi critica di un periodo storico che, pur durando lo spazio di una meteora, fu denso di significati culturali e civili, che chiudeva un secolo, l’Ottocento, e ne proponeva un altro: quello dell’opera moderna. Un mitico quindicennio che,pur proponendosi come un’epoca di splendori, portava in se un periodo di miseria e decadenza. Nel 1900 i teatri di prosa chiudevano per lasciare spazio al Café Chantant. Questa nuova forma di spettacolo metteva in crisi quello tradizionale come accadrà qualche decennio più tardi con l’avvento del cinema e oggi con l’avvento dei one man show da cabaret. I luoghi teatrali si trasformavano. Chiudevano molti ” teatri storici”, altri per sopravvivere erano costretti a modificare il repertorio. La vicenda dura un giorno, ma Tato Russo dilata lo spazio temporale di questa giornata, riferendola all’intero periodo di quel quindicennio, dalla nascita, allo splendore, alla miseria del café chantant: un lungo giorno in cui cambia la moda, il gusto, la maniera di pensare della gente. E se l’azione parte dalla crisi del teatro di prosa determinata dall’aggressione del café chantant, termina nella fine quest’ultimo a sua volta stroncato dall’avvento del cinema. Intorno ai quattro protagonisti della storia si muove una miriade di personaggi, che vagano tra tipi macchiette. Tato Russo ha impostato la commedia su questa folleggiante contrapposizione di stili recitativi e di drammaturgia. Da una parte il linguaggio di commedia che sarà di Eduardo, dall’altra quello da farsa che è tipico di Scarpetta. Da una parte un Felice, personaggio nel vero senso della parola; dall’altra il mondo delle caricature, dei trucchi, delle esagerazioni. Tato Russo ripropone cosi uno Scarpetta diverso, più vicino ai classici nelle linee di una direzione personale di fare teatro, laddove ogni intuizione critica non si propone mai come fine a se stessa ma sottostà invece ad un piano organico di messa in scena, in cui ogni elemento concorre in giusta proporzione con tutti gli altri. Uno spettacolo ricco di trovate, di colori, di contenuti. Un vero fuoco di fila affidato alla grande bravura di tutti gli interpreti con alla testa Tato Russo.

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