Monthly Archives: Ottobre 2017

Brevetti in scadenza, arrivano 16 farmaci “generici”

Sarina Biraghi – Farmaci “unbranded” e risparmio assicurato. Il 12 novembre scadono i brevetti di 16 medicinali “brand” dal prezzo piuttosto alto e così saranno immessi sul mercato altrettanti farmaci “generici” o “equivalenti”, ovvero con lo stesso principio attivo ma prodotto da una casa farmaceutica diversa da quella che lo ha brevettato e con costi decisamente minori (non avendo sostenuto le spese della ricerca).

Tra i farmaci che dal 30 dicembre costeranno fino al 60% in meno ce ne sono 2 molto noti agli italiani: il Cialis, contro le disfunzioni erettili e il Crestor usato contro il colesterolo.

Il Cialis, è il più venduto tra i medicinale di fascia C, cioè con prescrizione ma a carico dei pazienti, secondo soltanto al “fratello” Viagra che ha lo stesso effetto ma per una durata di 36 ore contro le 4 del Cialis. Oggi in Italia se ne vendono circa 1,7 milioni di confezioni per 146 milioni ovvero 15-20 euro a compressa a seconda delle confezioni. Con la scadenza del brevetto diventeranno generici i dosaggi del principio attivo “tadalafil” da 10 e 20 milligrammi, e non quello da 5 ma probabilmente i consumi aumenteranno come accadde con il Viagra che ha perso il brevetto nel 2013: del generico “sildenafil” si vendono 2,5 milioni di confezioni, il doppio delle “pillole blu” originali.

Altro farmaco per cui ci sarà un calo dei costi è il Crestor, cioè la rosuvastatina, che serve ad abbattere il colesterolo: ogni anno il sistema sanitario nazionale spende circa 270 milioni di euro per acquistarlo. Ancora 2 i brand d’oro in scadenza: l’Avodart, (dutasteride) utilizzata per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna, per una spesa di oltre 160 milioni e l’Olmetec (olmesartan medoxomil), un antipertensivo di ampio uso che da solo e in associazione con idroclorotiazide copre un mercato da quasi 300 milioni (circa 149 milioni il solo olmesartan e oltre 134 la combinazione con il diuretico. Nell’elenco dei 16 farmaci che diventeranno low cost pubblicato da Assogenerici, compaiono: l’antistaminico Pafinur, ma anche altre molecole come il bimatropost (antiglaucoma), il caspofungin (contro alcuni funghi tipo la candida), il bosentan (vasodilatatore), l’antibiotico ertapenem, la combinazione tramadolo più paracetamolo, usata in alcuni farmaci analgesici come il Patrol, l’etoricoxib, un antifiammatorio che vanta vendite per oltre 78 milioni., l’antibiotico tigeciclina, il pegfilgrastim, venduto come Neulasta, per il trattamento della neutropenia indotta dalla chemioterapia, l’abatacept (Orencia), un immunosoppressivo, l’antiallergico olopatadina, e l’antivirale valganciclovir.

Il giro d’affari di questi farmaci contro l’osteoartrosi e l’ipertrofia prostatica benigna, e anti ipertensivi tutti molto costosi o addirittura dati soltanto in ospedale, è di oltre 1 miliardo di euro quasi completamente a carico del servizio sanitario nazionale visto che si tratta di medicinali rimborsati, in fascia A. Quando finiranno i diritti legati al marchio delle aziende produttrici e subentreranno i generici si stima un abbattimento dei costi del 60% con un risparmio quindi di 600 milioni di euro a partire dal 2018. Contemporaneamente, dice Assogenerici, oltre una gara su 4 per le forniture dei farmaci in ospedale va deserta, per colpa dei prezzi troppo bassi, che impediscono alle aziende di concorrere. Con la conseguenza che per garantire le forniture è poi necessario aprire nuove gare, o trattare direttamente con le aziende per gli acquisti. In alcuni casi, vedi il Cialis, sono in particolare i pazienti a risparmiare mentre si apre una forte concorrenza tra produttori: per Cialis e Crestor sarebbero già 16 le aziende che hanno chiesto di produrre il generico.

Secondo l’Associazione Nazionale Industrie Farmaci Generici e Biosimilari, da gennaio a giugno 2017 gli equivalenti hanno rappresentato il 20% del mercato delle confezioni con un giro di vendite pari a 1,54 miliardi, concentrate soprattutto nel mercato dei farmaci di fascia A, che assorbe il 77,9% del valore del mercato dei farmaci generici, per un totale di 1,19 miliardi. Numeri potenzialmente in crescita perché, va detto, infatti, che all’origine proprio la scelta del nome “generico” fu disastrosa nei confronti dell’appeal che si doveva creare con il cittadino acquirente. In seguito furono introdotti “equivalente” o “biosimilare” per definire un medicinale “copia” di quello di marca e che viene messo in commercio dopo la scadenza del brevetto. I 2 farmaci sembrano differenti l’uno dall’altro a causa dei loro nomi commerciali diversi (il generico non ha un nome di fantasia creato dalle società produttrici, ma assume lo stesso nome del principio attivo di cui è composto, seguito dal nome dell’azienda farmaceutica) ma, in realtà, del farmaco originale contiene la stessa indicazione terapeutica, l’identica forma farmaceutica e la medesima sostanza attiva dai quali dipende l’azione curativa vera e propria del medicinale (appunto, il principio attivo).

Eppure al di là del nome e della confezione, molti italiani sono ancora scettici verso i generici e alcuni addirittura ritengono di non avere gli stessi effetti del farmaco brevettato.

A parte che bisogna vedere dove le aziende si procurano le materie prime, e considerato che se il farmaco è biosimilare il paziente non lo è, il medicinale low cost non è un farmaco “da sottoscala” come ebbe a dire Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri di Milano.

Infine, anche se il generico è sdoganato tra consumatori e farmacisti, qualcuno sottolinea la resistenza dei medici prescrittori. Certo non si può obbligare un medico a prescrivere certi farmaci e forse bisognerà aspettare il cambio generazionale, perché pare che i più giovani siano abituati a ragionare in termini di principio attivo e non di brand.

 

Francesco: “Ci vuole coraggio per pregare il Padre nostro”

“Diciamo di essere cristiani, diciamo di avere un padre, ma viviamo come, non dico come animali, ma come persone che non credono né in Dio né nell’uomo, senza fede, e viviamo anche facendo del male, viviamo non nell’amore ma nell’odio, nella competizione, nelle guerre. È santificato nei cristiani che lottano fra loro per il potere? È santificato nella vita di quelli che assoldano un sicario per liberarsi di un nemico? È santificato nella vita di coloro che non si curano dei propri figli? No, lì non è santificato il nome di Dio”. Così Papa Francesco nella conversazione con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova, trasmessa nel programma “Padre nostro” in onda su Tv2000 dal 25 ottobre ogni mercoledì alle 21. L’anteprima è stata presentata oggi pomeriggio nella Filmoteca Vaticana, alla presenza del Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, mons. Dario E. Viganò, del direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, di don Marco Pozza e del regista Andrea Salvadore. 

Dall’incontro, dalle parole e dalle risposte del Papa a don Marco è nato anche il libro “Padre nostro” di Papa Francesco della casa editrice Rizzoli e la Libreria Editrice Vaticana, in uscita in Italia il 23 novembre. Le parole insegnate da Gesù entrano in risonanza con episodi della vita di Jorge Mario Bergoglio, con la sua missione apostolica e con le inquietudini e le speranze delle donne e degli uomini d’oggi, fino a diventare la guida per una vita ricca di senso e di scopo.

Il programma, nato dalla collaborazione tra la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede e Tv2000, è strutturato in nove puntate, ogni mercoledì, nel corso delle quali don Marco incontra anche noti personaggi laici del mondo della cultura e dello spettacolo: Silvia Avallone, Erri De Luca, Maria Grazia Cucinotta, Simone Moro e Tamara Lunger, Carlo Petrini, Flavio Insinna, Umberto Galimberti, Pif. Le prime otto puntate sono introdotte dalle parole del Papa seguite dalla conversazione di don Marco con un ospite, mentre nell’ultima puntata viene trasmesso il colloquio integrale di Francesco con il cappellano del carcere di Padova.

“Ci vuole coraggio – ha aggiunto il Papa – per pregare il Padre nostro. Ci vuole coraggio. Dico: mettetevi a dire «papà» e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero? Osare, osare, ma tutti insieme. Per questo pregare insieme è tanto bello: perché ci aiutiamo l’un l’altro a osare”. “Da bambini, a casa, quando il pane cadeva, – ha proseguito il Pontefice – ci insegnavano a prenderlo subito e baciarlo: non si buttava mai via il pane. Il pane è simbolo di questa unità dell’umanità, è simbolo dell’amore di Dio per te, il Dio che ti dà da mangiare. Quando avanzava, le nonne, le mamme cosa facevano (e fanno)? Lo bagnavano con il latte e ci facevano una torta, qualunque cosa: ma il pane non si butta”.

“Una volta – ha raccontato Papa Francesco – è venuta a Buenos Aires l’immagine della Madonna di Fatima e c’era una Messa per gli ammalati, in un grande stadio pieno di gente. Io ero già vescovo, sono andato a confessare e ho confessato, confessato, prima della Messa e durante. Alla fine non c’era quasi più gente e io mi sono alzato per andarmene, perché mi aspettava una cresima da un’altra parte. È arrivata però una signora piccolina, semplice, tutta vestita di nero come le contadine del Sud d’Italia quando sono in lutto, ma i suoi splendidi occhi le illuminavano il viso. «Lei vuole confessarsi» le ho detto, «ma non ha peccati.» La signora era portoghese e mi ha risposto: «Tutti abbiamo peccati…». «Stia attenta, allora: forse Dio non perdona.» «Dio perdona tutto» ha sostenuto con sicurezza. «E lei come fa a saperlo?» «Se Dio non perdonasse tutto» è stata la sua risposta, «il mondo non esisterebbe». Avrei voluto dirle: «Ma lei ha studiato alla Gregoriana!». È la saggezza dei semplici, che sanno di avere un padre che sempre li aspetta”.

“Quando ne abbiamo parlato la prima volta – ha sottolineato il direttore di Tv2000, Paolo Ruffini – eravamo affascinati dall’idea, e spaventati. Fare un programma sul Padre Nostro, sulla preghiera con la quale Gesù ha risposto ai discepoli che gli chiedevano “insegnaci a pregare”. Cercare di restituire a quelle parole, che conosciamo tutti, il loro valore originale. Provare attraverso la televisione (che consuma tutto così velocemente) a riflettere su questa preghiera, e riscoprirne la bellezza nascosta, la profondità, l’attualità. Cercare attraverso una serie di incontri, di racconti, di storie, le tracce perdute del Padre Nostro. Una strada difficile. Ma su questa strada abbiamo fatto incontri sorprendenti. E il più sorprendente di tutti è stato quello con il Papa. Inatteso. Un vero e proprio regalo”.

“Lavorare al programma di Tv2000 ‘Padre nostro’ – ha raccontato don Marco Pozza – è stato per me una quasi sfida: l’avevo recitata così tante volte in vita mia questa preghiera, che quasi quasi mi ero abituato. La recitavo in automatico, non riuscivo più a gustarne il sapore. Incontrare la gente che ho incontrato in questi tre mesi, storie note e storie meno note, nessuna differenza, ha significato anche guardarmi dentro, tornare a professare la mia fede con coraggio, rafforzare ragioni per dire Dio col cuore. È chiaro: quando, con il mio fantastico gruppo di lavoro, ho iniziato a lavorarci, non potevo immaginare che il buon Dio sarebbe stato così generoso negli incontri, fin quasi a chiedermi se era realtà o sogno. Da un certo punto in poi, per me non è più stato lavorare: avevo la netta sensazione di ascoltare delle catechesi che mi hanno fatto bene, sembravano scritte per me. La non-credenza di tanti di loro, la loro fede difficile, è stato il vestito in borghese che Dio ha usato per riaccendere nel mio cuore affaticato la passione per Lui. Tanti mi chiedono: ‘E di questa storia con Papa Francesco, cosa dici?’ Dico solo una cosa: ho avuto la netta percezione di conversare con un uomo che ha incontrato personalmente Cristo. Da quella sera in poi, tutto ha preso una piega inaspettata, che più bella non poteva essere: il suo esserci compagno in tutte le puntate, il libro scritto a quattro mani con lui, l’ultima puntata speciale. Di tutto quello che ho vissuto, quello che conservo nel cuore di questi mesi è un’immagine di Chiesa capace di lavorare assieme: Tv2000, la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, la casa editrice LEV e la Rizzoli. È stato così bello da farmi dire: ‘Perché non è sempre così?’ Spero, nel nostro piccolo, di aver contribuito a rendere feriali, a portata di labbra, queste parole festive. Se non ci siamo riusciti, sappiate che ci rimane comunque la bellezza di averci provato”.

 

Etica e responsabilità sociale, l’intesa dei giovani imprenditori

S.B. – Per avere un futuro, non solo profitto ma anche etica e sussidiarietà nel mood delle imprese e soprattutto nello stile dei giovani imprenditori sempre più sensibili e attenti al “contesto”.

Ne è testimonianza l’intesa siglata presso Unindustria a Roma, tra il Gruppo Giovani laziale dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti e il Gruppo Giovani Imprenditori di Unindustria.

Il protocollo d’intesa, firmato dal Presidente regionale dei Giovani UCID Benedetto Delle Site e dal Presidente dei Giovani imprenditori di Unindustria Fausto Bianchi, impegna i rispettivi gruppi a collaborare nella promozione della dignità della persona umana e del bene comune attraverso l’estensione del principio di sussidiarietà, la responsabilità sociale d’impresa e l’esercizio etico della professione. L’intesa è stata raggiunta grazie ad una sinergia che ha visto coinvolti i giovani dei gruppi provinciali delle rispettive realtà.

Oggi – sostiene Fausto Bianchi, Presidente dei Giovani Imprenditori di Unindustria – etica ed innovazione costituiscono i pilastri della leadership del nuovo millennio e le frontiere per essere competitivi in un mercato in continua evoluzione, composto da soggetti molto più esigenti e consapevoli. L’impresa è una alta vocazione con ricadute sociali importanti. L’Intesa con il Gruppo giovani regionale dell’UCID vuole essere il punto di partenza per i Giovani di Unindustria per focalizzare l’attenzione sui temi dell’etica e della responsabilità d’impresa, così fortemente invocate dal magistero di Papa Francesco. Si tratta molto spesso di sapere far propri e innovare valori antichi, che abbiamo ereditato da chi ha fatto grande il nostro Paese”.

“L’Intesa – afferma Benedetto Delle Site, Presidente regionale dei Giovani UCID – è il frutto di una intuizione e di un lavoro condotto fra i giovani delle due realtà associative. Di fronte all’intensificarsi degli interventi del Santo Padre sui temi dell’impresa e del lavoro, come giovani dell’UCID ci siamo sentiti responsabili della traduzione di questi moniti nel nostro ambito imprenditoriale e professionale. Dobbiamo iniziare a pensare gli operatori economici come i primi garanti e custodi della dignità di ogni persona, del bene dei diversi livelli di comunità e del responsabile utilizzo delle risorse della terra. Vogliamo promuovere l’estensione di uno dei principi cardine della dottrina sociale della Chiesa, quello della sussidiarietà, che permette di sposare la libera iniziativa privata con le esigenze della giustizia sociale”.

Venerdì 10 novembre alle ore 17,00 presso la Sala Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica, in Piazza Capranica 72 a Roma, si terrà il primo evento del percorso associativo comune, con un convegno dal titolo “Impresa: vocazione creativa per il bene comune”, con interventi tra gli altri di Giancarlo Abete Presidente di A.BE.T.E. Spa; Flavio Felice Presidente del Centro Studi & Ricerche Tocqueville-Acton; Filippo Tortoriello Presidente di Unindustria; Riccardo Pedrizzi Presidente UCID Lazio e Comitato scientifico Nazionale.

 

“Caporetto – L’Italia salvata dai ragazzi senza nome”

S.B. – “E all’improvviso tanti di coloro che erano scappati, tanti di coloro che avevano alzato le mani tornarono indietro per afferrare il fucile e combattere”.

Drammaticità e forza d’animo, paura e amor patrio, nella testa e soprattutto nel cuore di tanti giovani che mettendo a rischio la loro vita, salvarono quella del loro Paese.

Per ricordare uno degli eventi più drammatici della nostra Storia, Alfio Caruso ha scritto “Caporetto – L’Italia salvata dai ragazzi senza nome” (Longanesi, pag. 300 euro 18,60).

La battaglia di Caporetto è stata la più grave sconfitta della storia italiana, che solo il sacrificio di migliaia e migliaia di ragazzi, spesso rimasti senza nome, non ha trasformato in una disfatta definitiva. Fu l’epicentro di trenta mesi di guerra condotta con scarso criterio ed enorme disprezzo della vita umana. Tra gli intrighi della politica e della massoneria, un governo ostaggio del comandante in capo Cadorna, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, e gli errori strategici di Badoglio, milioni di contadini, operai e artigiani, poco addestrati e male armati, vennero mandati al massacro contro le micidiali mitragliatrici austriache. Così il 24 ottobre 1917 l’Italia fu a un passo dalla resa e tuttavia, nel momento più difficile, scattò in tantissimi il desiderio di non darla vinta al nemico storico. In un libro che affronta uno degli episodi chiave della Prima Guerra Mondiale dal punto di vista politico, militare, ma anche umano, Caruso (autore di 6 romanzi, thriller politici e di mafia) racconta i giorni dell’angoscia per bloccare i commandos del giovanissimo Rommel, la battaglia casa per casa di Udine, l’estrema resistenza sul Piave, la controversa sostituzione di Cadorna con Diaz e il salvataggio di Badoglio grazie agli incantesimi della massoneria. Fino a quando il costante logorio delle armate austro-tedesche consentì all’Italia di respingere, nell’estate del 1918, l’estrema offensiva e di avviare il contrattacco risolutore.

 

 

 

 

 

ROMA: CARABINIERI SCOPRONO NUOVA FRONTIERA DELLA CLONAZIONE DELLE CARTE DI CREDITO E BANCOMAT +++VIDEO+++

ARRESTATO UN 26ENNE MENTRE RECUPERA UNO “SKIMMER FANTASMA” E UNA NUOVA MICROCAMERA DA UNO SPORTELLO BANCOMAT DEL CENTRO STORICO.

ROMA 17 ottobre 2017 –


Nel corso di una mirata attività preventiva, i Carabinieri della Stazione Roma San Lorenzo in Lucina hanno arrestato un cittadino romeno di 26 anni, in Italia senza fissa dimora, con l’accusa di intercettazione illecita e installazione di apparecchiature atte ad intercettare le comunicazioni telematiche, accesso abusivo a sistemi telematici e detenzione di codici di accesso.

Gli occhi “allenati” dei militari, da tempo impegnati nella lotta alla clonazione delle carte di credito e dei bancomat, hanno notato su uno sportello ATM di via Sistina un’anomalia. Non il “solito” skimmer posticcio attaccato sopra la fessura di inserimento delle carte, ma uno ben più sofisticato, che viene inserito all’interno della bocchetta in modo da renderlo invisibile agli ignari utenti.

Inoltre, la microcamera che serve a carpire i codici PIN delle carte non era stata collocata in alto, ma lateralmente, sul piano della tastiera, in modo da eludere le precauzioni dei più accorti utenti, oramai abituati a coprire con la mano il tastierino numerico durante la digitazione dei codici.

I militari hanno subito messo in atto un servizio di osservazione a distanza, fino a quando sono riusciti a bloccare il clonatore 26enne mentre stava recuperando l’attrezzatura elettronica “pirata”.

Gli apparati elettronici sono stati sequestrati, mentre il 26enne è stato arrestato, sottoposto al rito direttissimo e condotto in carcere.

CONSIGLI:

Presso gli sportelli bancomat, prima di qualsiasi prelievo:

  • verificate che nelle immediate vicinanze non vi siano persone ferme in atteggiamento sospetto;
  • accertatevi che sullo sportello non siano state applicate apparecchiature posticce, controllando, ad esempio, la fessura ove viene inserita la carta (per l’eventuale presenza di skimmer, fili o nastro adesivo sospetto) oppure l’aderenza della tastiera al corpo dello sportello (verificando che non vi siano due tastiere sovrapposte) – queste applicazioni, è bene ricordarlo, non inficiano l’operazione da svolgere, per cui al termine della stessa non potremo neppure accorgerci della duplicazione del nostro codice-;
  • controllate che non vi siano fori anomali all’interno dello sportello (specialmente sul lato superiore o lateralmente alla tastiera), ove potrebbero trovare eventuale alloggiamento microtelecamere (queste non superano il mezzo centimetro di diametro);
  • qualora abbiate il sospetto che lo sportello sia stato manomesso chiamate il “112”.

Durante l’operazione di digitazione del vostro codice, utilizzate una protezione “visiva” (anche l’altra mano, ben collocata, o il portafogli stesso possono essere sufficienti) che renda effettivamente difficoltoso, per potenziali “spioni”, prendere conoscenza del codice attraverso microtelecamere in precedenza installate.

Qualora al termine dell’operazione non vi venga restituita la carta, è buona norma chiamare subito il numero verde per bloccarla.

#Ciollansia – Il libro nero del disagio di Andrea Cerrone

S.B. – Dopo aver conquistato milioni di fan sui social, Insanity Page o Andrea Cerrone propone il rimedio definitivo contro il male del secolo, l’ansia uno dei suoi cavalli di battaglia. E così ecco “#Ciollansia. Il libro nero del disagio” (Longanesi, pag. 208 euro). Un libro divertente che pagina dopo pagina ci fa riscoprire una verità incontrovertibile: se l’Amore è cieco e la Sfiga ci vede benissimo, tanto vale prenderla a ridere. In questo volume Cerrone esplora ogni anfratto delle nostre ansie più inconfessabili, dall’amore alla dieta, dall’insonnia alla superstizione. #Ciollansia alterna aforismi irriverenti, un oroscopo e un calendario molto particolari e le vignette inedite di due illustratrici molto amate dal web (Elena Triolo di Carote e Cannella e la messicana Mayuli di Dibujando los dìas). Si può anche interagire completando un test introduttivo per “misurare” il proprio livello ansiogeno, rispondere ai quiz a tema, completando i giochi e scarabocchiando le proprie ansie nell’apposito “Ansiogram”.

Anche perché, come scrive Andrea Cerrone, ventiseienne archeologo ma punto di riferimento del web con la sua pagina Insanity, “La tua vita è un campo minato di ansie a orologeria, una battaglia navale di sfighe col botto, una masterclass in tripli salti mortali carpiati oltre gli ostacoli più imprevisti? Bene, sappi che non sei solo. Siamo tanti. Siamo stressati, come te. Certe volte siamo un po’ jellati, come te. E ci succedono cose che a raccontarle non ci crederesti mai. Proprio come a te!” Però l’autore elargisce anche un consiglio: Attenzione, una risata vale più di mille mele al giorno.

 

 

La Capitale riparte dalla cabina di regia

S.B. – “Su Roma si vince o si perde tutti insieme”. Così la sindaca di Roma Virginia Raggi al termine del tavolo al Mise convocato dal ministro Carlo Calenda. Raggi ha parlato di una “sinergia” trovata con tutti gli attori coinvolti, dal ministro Calenda alla Regione. “Sgomberiamo il campo: con il ministro c’è un ottimo rapporto – ha detto la sindaca – con il presidente della Regione c’è un ottimo rapporto. Registriamo una sinergia su un metodo di lavoro basato sulla condivisione di un percorso. Un bel punto di partenza, l’interesse per Roma continua”.

Decollata quindi la cabina di regia che vede coinvolti oltre a Raggi, Calenda e Zingaretti, i segretari nazionali di Cgil, Cisl, Uil e i rappresentanti delle associazioni di categoria.
“Il confronto è stato su 5 temi su cui abbiamo registrato una convergenza – ha aggiunto la Raggi – Nei prossimi giorni continuano i tavoli tecnici sui temi che vanno dagli autobus elettrici, su cui c’è stato un impegno preciso del ministro, sulla competitività, sulla rigenerazione urbana, su turismo cultura e sport e infrastrutture”.
“Sono state indicate cinque aree tematiche su cui lavorare nel corso del mese che ci conduce al prossimo incontro, già fissato al 17 novembre: rilancio della competitività, mobilità, turismo, riqualificazione urbana e distretti a valore aggiunto come aerospazio ed Ict”, ha sottolineato il presidente di Unindustria Filippo Tortoriello, membro della cabina di regia.

Tra i fondi del ministero che saranno messi in campo c’è quello per l’acquisto di 600 autobus a metano ed elettrici, 53 milioni per la logistica e la distribuzione delle merci in città, fino a 60 milioni sulla filiera della chimica farmaceutica e altre voci”. Entro la prossima settimana “dovranno essere inviate le proposte di modifica e si lavorerà a un piano industriale delle proposte di tutti”, ha spiegato il segretario della Cgil di Roma e Lazio, Michele Azzola al termine dell’incontro.

Soddisfazione da parte del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: “Saremo coprotagonisti del rilancio di Roma” ha annunciato. “Mettiamo a disposizione decine di milioni per il sostegno alle imprese, l’efficientamento energetico, le scuole, il commercio e l’artigianato tutte scelte figlie del confronto con la città e i soggetti sociali. Su questo il Mise ha offerto la disponibilità di integrare con nuove risorse tutti i capitoli proposti. Inoltre abbiamo segnalato la nuova legge della rigenerazione urbana come grande opportunità per lo sviluppo intelligente della città. A questo possiamo aggiungere gli investimenti sulle infrastrutture come i 140 milioni sulla Roma-Viterbo e i 180 milioni sulla Roma-Lido e la straordinaria scelta annunciata oggi dal Ministro Delrio di finanziare con centinaia di milioni la ferrovia che da Roma arriva diretta a Rieti”.

 

Il divorzio per Martina Haag in “Qualcosa succederà”

S.B. – Tra rabbia, dolore, ironia e speranza la svedese Martina Haag racconta la storia di un divorzio, diverso e uguale a tanti altri, facile a dirsi difficile a viverlo, perché ti lacera il cuore e ferisce i tuoi sentimenti. E’ l’idea di un fallimento sentimentale a scatenare tanta sofferenza che a volte non lascia intravedere nuovi orizzonti. E invece…

Per mesi ai vertici delle classifiche svedesi con oltre 300.000 copie vendute, arriva giovedì 19 ottobre nelle librerie italiane, “Qualcosa succederà” (tre60 pag. 204 euro 16,40) di Martina Haag che dopo essere stata attrice (ha debuttato a teatro all’età di 7 anni), sceneggiatrice e giornalista per Elle e Aftonbladet, ha ottenuto un travolgente successo come scrittrice.

Da quando il marito l’ha lasciata per un’altra donna, Petra Wallin, scrittrice di successo, è devastata dal dolore. Coi figli lontani – in vacanza col padre – le sue giornate sono colme di ansia e di incertezza per il futuro, acuite dalla sua incapacità di scrivere quel nuovo, grande romanzo che la sua agente aspetta da tempo. Così quando le propongono di sostituire per tre settimane il custode di un rifugio nel parco nazionale di Sarek, Petra vede in quell’occasione una possibilità di fuga dalle sue sofferenze. In quell’angolo remoto della Svezia, in compagnia del suo gatto e del computer, Petra si immerge in una realtà fatta di silenzio e solitudine, scandita dall’incontro con i turisti di passaggio e da lunghe passeggiate nella natura. E ben presto scoprirà che la sua non è stata una fuga, ma un modo per fare i conti con il passato. Per trasformare il dolore nella forza necessaria a ricomporre i frammenti della vita. Per aprirsi a un futuro nuovo e tutto da vivere.

“Qualcosa succederà” è stato nominato “Libro dell’Anno” da una giuria di lettori alla Fiera del libro di Göteborg del 2016, e sarà pubblicato oltre che in Italia in altri 9 Paesi.

 

 

LATINA: ZICCHIERI-ADINOLFI (NCS) PIU’ SICUREZZA E MAGGIORE VIGILANZA

Latina 15 ottobre 2017 – “Ancora una volta un brutto episodio di cronaca vede protagonista il Capoluogo Pontino,  un giovane Avvocato si reca a casa del Padre  perche’  scatta l’allarme a seguito di effrazione da parte di  tre malviventi intenti a rubare all’interno dell’immobile, non conosciamo le dinamiche successive,  apprendiamo che   l’avvocato arrivato sul posto  spara con una pistola in suo possesso e uccide uno dei malviventi mentre gli altri due si danno alla fuga.
Episodi come questo e altre attivita’ delittuose  nella nostra  Citta’ non devono piu’ accadere,  bisogna attivare una maggiore vigilanza  e dare piu’ sicurezza ai Cittadini con video sorveglianza e dotando la citta’ di piu’ Uomini e mezzi  delle Forze dell’ordine per un maggiore controllo e attivita’ informativa sul territorio.”

Cosi’  Matteo Adinolfi  Cons. Comunale NCS di Latina  e Francesco  Zicchieri Coordinatore Regionale NCS Lazio

Grimaudo e Pasotti nella “fiction” del Mulino Bianco

S.B. – Dai delitti al Mulino Bianco per una coppia che ha sempre appassionato il pubblico delle fiction. Nicole Grimaudo e Giorgio Pasotti, da settembre, hanno mandato in pensione Rosita, la gallina che da 6 anni chiacchierava con il fascinoso Antonio Banderas mentre sfornava fette biscottate e assaggiava pan bauletto.

Il Gruppo Barilla ha deciso di cambiare e al posto della star di Hollywood ha scelto due giovani attori italiani per i suoi spot pubblicitari che si traducono in una fiction moderna che serve a celebrare i valori fondanti della marca: la natura, la genuinità e il saper fare dal campo alla tavola. E così il sexy mugnaio “sparisce” perché lascia il Mulino Bianco a sua “figlia” Emma, e al compagno Giovanni, Giorgio Pasotti, giovani e idealisti che credono e hanno fiducia nel mondo e pensano di farne un posto migliore. Nel “nuovo” Mulino, dunque, il progetto di creazione di una bontà sempre più naturale e sempre più sostenibile.

Emma è una donna che ha imparato le basi dal padre e, dopo un po’ di anni di esperienze in forni e pasticcerie, è tornata al Mulino. Emma oltre alla tecnica che le ha insegnato il padre, ha imparato ad ascoltare gli altri, a capire di cosa hanno veramente bisogno e a rispondere creando cose buone che sanno nutrire il corpo e anche un po’ l’anima. Giorgio Pasotti interpreta Giovanni, ha una laurea in agraria arricchita con alcuni anni di lavoro come consulente in diverse aziende agricole. È un esperto selezionatore di materie prime e appassionato di metodi di coltivazione naturali e sostenibili. Gli piace parlare con i vecchi agricoltori perché da loro impara nozioni e metodi tramandati da generazioni, una sapienza antica che risale a quando la campagna era un ecosistema perfetto, regolato solo dalle stagioni e dal lavoro dell’uomo.

Emma, bella, gioiosa e tenace, Giovanni concreto e determinato, diretti da Emanuele Crialese, nella campagna pubblicitaria ideata in collaborazione con l’agenzia JWT Italia, riusciranno a farci dimenticare il divo e la gallina? L’importante, per Barilla, è che ci facciano comprare biscotti e gallette.

“L’arte di lasciare andare” di Rossella Panigatti

S.B. – Dopo un lutto e il licenziamento, il trasloco è il terzo motivo, secondo le statistiche che scatena la depressione. Il trasloco coinvolge alcuni aspetti della nostra vita affettivi e concreti. Comporta inoltre la necessità di elaborare l’abbandono di un luogo che ha costituito parte della nostra identità e ci impone di affrontare la paura del cambiamento non solo interiore ma anche fisico e visibile. Secondo Rossella Panigatti, che si è occupata di marketing e comunicazione, finché un’ernia al disco e una forte depressione l’hanno avvicinata alla prospettiva energetico-spirituale, il trasloco è la punta dell’iceberg ma sono tanti i motivi, dal souvenir senza valore di un viaggio che non abbiamo mai dimenticato, alle fotografie del nostro primo amore; da una casa che ormai ci va troppo stretta, a un lavoro in cui non ci riconosciamo più; da un rapporto che si è usurato, fino a una persona cara che ci ha lasciati…, che possono essere cruciali o comunque stressanti in cui interrompiamo la comunicazione con il centro del nostro essere, per rabbia, per paura, per rancore e i blocchi energetici che ne derivano possono letteralmente avvelenarci la vita, talvolta persino per sempre. Lo spettro delle «cose» che nel corso della vita dobbiamo lasciare andare è amplissimo. Si tratta senza dubbio di situazioni molto diverse, il cui valore non è paragonabile, e tuttavia l’esperienza che in questi casi ci troviamo ad affrontare ha degli aspetti simili, di cui è importante avere chiara consapevolezza. Soprattutto se si considerano i problemi che possono derivare dall’incapacità di lasciare andare, a livello mentale e anche a livello fisico.

Ne “L’arte di lasciare andare” (Tea, pag. 200 euro 14,00) Rossella Panigatti ci aiuta a capire con precisione cosa succede in questi casi, offrendoci la conoscenza e gli strumenti per fronteggiare con seria leggerezza le svolte della vita e per liberarci da tutto ciò che ci trattiene da una piena realizzazione di noi stessi. Consigli energetici e pratici per camminare con leggerezza nella vita.

«Viviamo in un mondo oggettivamente pesante, per ciò che ci accade direttamente, per la pressione a cui siamo sottoposti, per ciò che vediamo accadere fisicamente e virtualmente intorno a noi. Spesso abbiamo l’impressione di essere impotenti: non è così. Rimanendo centrati, aperti e consapevoli possiamo fare molto, e questo libro è un piccolo passo per ritornare nella vibrazione della leggerezza, per rendere più bella la nostra esistenza, mostrando agli altri come fare altrettanto. Lasciare andare significa, per prima cosa, modificare ciò che c’è: una relazione, una casa, un lavoro, un pensiero. E per muoversi nel cambiamento, lo dice la parola stessa, dobbiamo iniziare facendo concretamente un passo”, spiega Rossella Panigatti, che ha ideato la «Comunicazione Energetica Integrata» (Com.E. In.) e tiene corsi e seminari in tutte le regioni italiane.

 

“Caro mondo”, il conflitto siriano secondo Bana Alabed

S.B. – Da quando aveva tre anni, Bana Alabed conosce una sola realtà: la guerra, con tutta la paura, la violenza e la distruzione che si porta dietro. Il suo strazio, e quello della sua famiglia, è culminato con i bombardamenti e il brutale assedio di Aleppo.
Nel 2016, con l’aiuto della madre, ha creato un account Twitter per gridare al mondo quello che sta succedendo in Siria. In breve si è rivolta direttamente ai politici del pianeta, e i suoi messaggi sono stati ripresi e citati da molti personaggi famosi.
Oggi Bana, rifugiata in Turchia con la famiglia, è un simbolo: il simbolo dell’innocenza di tutti i bambini davanti all’orrore della guerra. Bana ha perso la sua migliore amica, la sua scuola, la sua casa e il suo Paese. Ma non ha perso la speranza, per sé e per tutti i bambini che, vittime della violenza, meritano una vita migliore. La sua storia e quella della guerra civile, della fame e della paura è raccontata in “Caro mondo” (Tre60), pubblicato in contemporanea internazionale (da ieri nelle librerie italiane) e scritto con l’aiuto della madre. “Volevo scrivere ogni giorno su Twitter per raccontare alle persone come fosse brutto ad Aleppo e quanto fossi spaventata, cioè tante volte. Ma era anche divertente raccontare al mondo cose carine, come quando mi caddero i denti. La mamma mi avrebbe aiutato a capire cosa dire in inglese. Facemmo anche molte fotografie e video, così che il mondo potesse vedere cosa stava succedendo in Siria. Avevo paura che la gente non ci avrebbe creduto, se non avesse visto quanto era brutto. Come tutti i corpi morti e i palazzi crollati”. “Spero che il mio libro possa volgere gli occhi del mondo verso i bambini e verso tutte le persone che vivono in Siria e portare un po’ di pace a tutti coloro che stanno vivendo in un paese in guerra”, dice Bana che ha saputo rivolgersi con i suoi messaggi ai grandi del pianeta. A soli 8 anni, Bana Alabed è stata collocata dal Time al numero 12 tra le 25 persone più influenti su Internet, dal Corriere della sera tra le 100 donne più importanti del 2017, e appare tra le 50 candidate di D Repubblica al titolo “Donna dell’anno 2017”.

 

“Come sopravvivere ai lavori in casa”

Al Teatro Testaccio di Roma, la divertente commedia di una coppia che ristrutturando il proprio appartamento si scopre di nuovo innamorata! Va in scena domenica 15 ottobre alle ore 18,30 Come sopravvivere ai lavori in casa”, una commedia scritta da Michele Caputo, con la regia di Paolo Migone. 

Mario e Silvia sono sposati, ma da qualche tempo il rapporto è minato da incomunicabilità ed incomprensioni. La coppia decide pertanto di dare una rinfrescata all’appartamento: perché no, magari “casa nuova, vita nuova”. I due si affidano a un amico architetto, il quale tra i vari strampalati consigli su come cambiare volto all’ambiente, suggerisce loro l’impresa di un suo amico, rassicurandoli che si tratta di “persone affidabili e veloci, che risolveranno tutto in una settimana”. Invece, come quasi sempre accade, i muratori si piazzano in casa per mesi e mesi, generando disagi e disaccordi e soprattutto costringendo Mario e Silvia a vivere a lungo senza comodità in una casa svuotata ed impolverata. Eppure, sarà proprio in questo caotico scenario che i due giovani sposi si confronteranno, riuscendo a far emergere i problemi e i dissapori che li stavano allontanando: paradossalmente, i lavori in casa segnano il rinascere di un nuovo equilibrio e nonostante i reiterati ritardi degli operai e lo stress che il tutto comporta, Mario e Silvia si ritrovano uniti a dormire in un letto improvvisato, ma felici.

Sul palco, ad affiancare Caputo, protagonista della commedia, la bella attrice e cantante Benedetta Valanzano, Jury Monaco e Vincenzo De Lucia. Dopo due anni di successi in giro nei teatri della città di Napoli, Michele Caputo ha deciso di proporre lo spettacolo per la prima volta nella città di Roma. “Come sopravvivere ai lavori in casa” è una divertente commedia che mette sotto la lente di ingrandimento un rapporto a due e gioca con il tema dell’incomunicabilità e delle incomprensioni di coppia, portando in scena tutta una serie di situazioni paradossali.

Per info e prenotazioni

tel. 065755482 – Via Romolo Gessi, 8, 00153 Roma 

Identità e cittadinanza

di Salvatore Sfrecola

Il dibattito, in Parlamento e nel Paese, è vivacissimo e assai spesso ha assunto i toni di uno scontro sui valori fondanti della democrazia, quelli che costituiscono in qualche modo l’identità di uno Stato, come dimostra la levata di scudi di tutte le forze liberali nei confronti della pesante interferenza della CEI che, secondo notizia giornalistiche, avrebbe fatto pressioni sul Governo per un’approvazione della nuova legge sullo ius soli prima della fine dell’anno. E ciò perché il disegno di legge n. 2092, all’esame del Senato, recante “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”, divide profondamente, e non soltanto per motivi di merito.

C’è, infatti, in primo luogo, un tema di legittimità del Parlamento chiamato a decidere. Una questione di regole della democrazia parlamentare, anzi della democrazia tout court, che non può essere accantonato con un’alzata di spalle come si continua a fare dal 2014, da quando, cioè, con la sentenza n. 1 del 2014, la Corte costituzionale ha dichiarato in contrasto con la Carta fondamentale dello Stato la legge elettorale sulla base della quale deputati e senatori erano stati eletti nel 2013.

Il Parlamento avrebbe dovuto chiudere le porte il giorno dopo. Sennonché, per evitare la paralisi delle assemblee legislative, la Consulta ne ha riconosciuto la sopravvivenza, tuttavia entro limiti rigorosi, individuati nell’esercizio degli affari di ordinaria amministrazione. Lo ha fatto richiamando due norme costituzionali assolutamente chiare, l’art. 61, comma 2, secondo il quale, in caso di nuove elezioni, “finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti”, e l’art. 77, comma 2, il quale prevede che, in caso il Governo adotti “provvedimenti provvisori con forza di legge” (decreti legge), questi devono essere presentati per la conversione “alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”.

Una indicazione inequivocabile, il Parlamento può fare poche cose, in primo luogo la nuova legge elettorale per tornare a votare. Sennonché, la maggioranza, con l’avallo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che, in ragione del suo ruolo “di controllo e di garanzia costituzionale”, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, avrebbe dovuto presidiare il rispetto della sentenza della Corte costituzionale, ha continuato, come nulla fosse avvenuto, a fare leggi. Ha approvato una riforma costituzionale bocciata dagli elettori nel referendum del 4 dicembre 2016, ha approvato, a colpi di mozioni di fiducia, una nuova legge elettorale, l’Italicum, dichiarato incostituzionale dalla Consulta.

Non contenti gli stessi partiti, incuranti delle regole e della volontà espressa degli elettori, si apprestano a modificare in fretta e furia, alla vigilia delle elezioni, la legge sulla cittadinanza, una normativa la quale attiene ad uno degli “elementi dello Stato”, come si esprimono i libri di diritto pubblico nel ripartire la materia, e minacciano di ricorrere ancora una volta al voto di fiducia, come se fosse una riforma essenziale alla realizzazione del programma del governo e non una questione propria del Parlamento. E questo a prescindere dalla sentenza del 2014!

È così che, attraverso la reiterazione incontrollata di comportamenti assunti in violazione delle regole elementari che riguardano il funzionamento delle istituzioni rappresentative, si mette in gioco una democrazia.

Nel merito, poi, va detto a chiare lettere che la disciplina della cittadinanza non è una legge qualunque, perché l’essere cittadino non è un fatto formale, burocratico, come si sente dire, ma il riconoscimento dell’appartenenza ad un contesto culturale, il che vuol dire a valori, in primo luogo a quelli indicati nella Costituzione: principi fondamentali, nei rapporti civili, economici e politici che fanno dell’Italia un Paese nel quale lo Stato “riconosce e garantisce i diritti inviolabili, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2), per cui tutti i cittadini “hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge” (art. 3), assicura la libertà dei culti (art. 8), la libertà personale (art. 13), del domicilio (art. 14), della corrispondenza (art. 16), di riunione (art. 17), di associazione (art. 18), di manifestazione del pensiero (art. 21) e via dicendo. Diritti, ma anche doveri, di cui uno “sacro”, come “la difesa della Patria” (art. 52), la fedeltà alla Costituzione e alle leggi (art. 54). Una somma di “regole della democrazia e della convivenza”, che identificano la storia e l’essere di un popolo che, pertanto, è tale e si qualifica come italiano. Quel popolo in nome del quale i giudici amministrano la Giustizia (art. 101, Cost.). La cittadinanza lo certifica, in Italia, come ovunque nel mondo. E se è naturale che il figlio di cittadini sia egli stesso cittadino ovunque nasca, chi non si trova in questa condizione, se desidera diventare cittadino italiano, deve chiederlo e dare dimostrazione di possedere i requisiti previsti dalla legge. La cittadinanza, in sostanza, consegue all’accertamento di una condizione che è innanzitutto morale, che presuppone la condivisione di valori civili e spirituali, quelli che individuano l’identità di un popolo come si è formata nella sua storia lungo i secoli, le sue tradizioni. Questo significa la Patria Italiana.

Nell’antica Roma, accogliete nei confronti di tutti, la cittadinanza era un privilegio. Poter dire civis romanus sum riempiva di orgoglio ed attestava la condivisione di un’appartenenza ad un ordinamento e ad una storia. I romani che avevano “nel loro archetipo l’idea dell’unità nella diversità”, hanno praticato grande apertura sociale ed integrazione nella quale la concessione della cittadinanza “sta nel fatto di arricchire la comunità di persone degne di farne parte” (Valditara). In coerenza con questi principi, laddove la concessione della cittadinanza riguardasse gruppi di stranieri “doveva fondarsi sul consenso dei cittadini”. Cittadinanza concepita “nell’interesse di Roma”, per cui si procede all’espulsione dello straniero ed alla revoca della cittadinanza a chi avesse dimostrato di non meritarla.

Non a caso oggi i difensori del cosiddetto ius soli, che secondo Costantino Mortati, al di fuori del caso degli stati che “tendono ad aumentare anche artificiosamente il numero dei cittadini … conduce a conseguenze aberranti”, sono gli eredi di una tradizione politico ideologica che non ha radici nella storia unitaria. Per dirla con Emilio Gentile, lo storico, sono “italiani senza padri”. Ius soli, cui ipocritamente si aggiunge l’aggettivo “temperato”, così come lo ius culturae, per dire che in alcuni casi può bastare la frequentazione di un qualche ciclo scolastico. Un periodo che Giovanni Sartori riteneva del tutto insufficiente a formare un “nuovo italiano”, che non crea automaticamente identificazione.

La legge vigente sulla cittadinanza è fondata essenzialmente sul cosiddetto ius sanguinis, nel senso che è italiano chi nasce da almeno un genitore italiano. Un criterio che, come ha scritto Fausto Cuocolo, “mira a garantire una maggiore coesione all’elemento popolo, il che rende questo criterio astrattamente preferibile”. Soprattutto “quando vuole salvaguardarsi l’omogeneità nazionale esistente”. Tuttavia un bambino nato sul territorio italiano da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza al raggiungimento del diciottesimo anno, purché sino a quel momento abbia risieduto nel Paese “legalmente e ininterrottamente”. Una normativa senza dubbio ragionevole, equilibrata. Si chiede la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età, consapevoli del senso di una scelta.

La proposta di modifiche all’esame del Senato prevede una semplificazione dei criteri di concessione della cittadinanza per i bambini, figli di genitori stranieri, nati o cresciuti in Italia. Infatti un bambino nato in Italia ne acquista la cittadinanza se uno dei genitori vi risiede legalmente da almeno 5 anni “o sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo”. Altra ipotesi. “Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana”. Dove è evidente che il frequentare corsi “idonei al conseguimento” non è la stessa cosa che “conseguire”. Norma che si presta ad evidenti aggiramenti, considerata la facilità con la quale si ottengono attestazioni compiacenti. Anche perché il disegno di legge, quando ha voluto, ha previsto come “necessaria la conclusione del corso” (di istruzione primaria) o “il conseguimento di una qualifica professionale” per lo straniero “che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età”.

Secondo le sinistre queste sono regole “di civiltà”. Sennonché si tratta all’evidenza di una legge “politica”, non nel senso nobile di una scelta destinata ad assolvere alle esigenze primarie della polis, ma di una legge a scopi elettorali, di basso interesse elettorale. Lo ha detto senza mezzi termini un osservatore qualificato come Antonio Padellaro intervenendo ad Otto e Mezzo, la trasmissione de La7 condotta da Lilly Gruber: “è una questione elettorale”. “Una legge – ha scritto su Il Messaggero Alessandro Campi, storico e politologo – che deriva non da un imperativo etico universale al quale si può solo obbedire, ma da una decisione politica frutto a sua volta di una ben definita visione della società e della storia. Chi la sostiene immagina un mondo nel quale le frontiere siano destinate un giorno a scomparire. Ritiene che gli uomini siano per definizione esseri nomadi e pendolari. Le appartenenze, statuali o nazionali, a loro volta sono viste come qualcosa di fittizio e convenzionale. Mentre la cittadinanza è considerata solo come uno status legale-formale che nulla può avere a che fare con legami in senso lato familistici o naturali, o che siano basati su una qualche forma di discendenza, anche solo di tipo storico-culturale”.

Siamo di fronte evidentemente a due contrapposte concezioni dello Stato e della società.

Ma non è tutto qui. Occorre, infatti, valutare gli effetti della normativa che si vorrebbe approvare anche alla luce di una situazione che non è di normalità, ma di emergenza legata ai continui sbarchi sulle nostre coste di clandestini e di profughi, un’ondata migratoria mai vista, perché organizzata. Non profughi che a gruppi di qualche decina fuggono dal loro paese a causa di una guerra o di difficili condizioni economiche, come nel caso di carestie, ma gruppi di centinaia e migliaia, reclutati, trasportati via terra, alloggiati in attesa dell’imbarco, d’intesa spesso con organizzazioni malavitose alcune delle quali li attendono per farne schiavi nelle campagne meridionali o per avviare le donne alla prostituzione. Organizzazioni che ricattano i familiari rimasti in patria. Una forma moderna di tratta degli schiavi. Un tempo i mercanti di uomini razziavano con violenza giovani soprattutto nei villaggi dell’Africa atlantica, oggi li “convincono” a spendere tutte le risorse della famiglia, migliaia di euro o dollari (ma dove li avranno mai se con quelle somme si possono avviare proficuamente attività produttive?) per finire nei ghetti, nelle periferie delle grandi città o nelle campagne.

Ecco perché la proposta scalda gli animi.

Naturalmente abbonda sui media il ricorso ad immagini ed a fatti strappalacrime che vorrebbero sottolineare la scelta “di civiltà” sottesa alla legge. Si dice, ad esempio, che nelle scuole siedono nello stesso banco bimbi italiani e stranieri. Gli uni e gli altri si sentono amici, studiano e giocano insieme, ma gli stranieri percepiscono una discriminazione nei loro confronti. Cosa non vera perché l’unico diritto che distingue questi bimbi è il diritto di voto che comunque non si può esercitare prima del 18° anno di età. E poi noi facciamo di tutto per essere accoglienti. Abbiamo notizie di scuole dove non si festeggia più il Natale o la Pasqua per non dispiacere ai musulmani, per rispetto ai quali ai nostri bambini in alcuni casi è stato proibito di portare il panino con la mortadella per colazione.

Le Sinistre vogliono che diventino italiani, che si integrino. Per verificare questa condizione devono rispettare le nostre tradizioni, il Natale, la Pasqua e la mortadella, non nel senso che debbano cantare “tu scendi dalle stelle” o mangiare il panino, ma che condividano il pluralismo delle idee come dei gusti alimentari e li rispettino. E se a scuola si fa un minuto di silenzio per ricordare le vittime di un attentato terroristico si vorrebbe che gli studenti di fede islamica che “ambiscono” a diventare cittadini di un Paese libero e civile rispettino il senso di cordoglio espresso per vittime innocenti, spesso loro coetanei.

Il rispetto per chi ospita è il primo requisito da verificare per comprendere se è autentico il desiderio di essere accolti.

Non bisogna neppure trascurare che l’accoglienza, che va ad onore della nostra civiltà, rischia di essere confusa con debolezza sul piano del rispetto delle regole, e di incentivare la prepotenza. È comunque un segnale pericoloso per i mercanti di uomini dare l’impressione che l’Italia abbia aperto le sue frontiere a chiunque voglia entravi per diventarne cittadino. Senza preoccuparsi della effettiva integrazione, come dimostra l’esperienza dolorosa di altri stati, dal Regno Unito alla Francia al Belgio nei quali le cronache ci dicono che la cittadinanza legale non favorisce ex se l’integrazione sociale e culturale, cioè la condivisione di una identità. Infatti in quei contesti i giovani figli di immigrati, in particolare di fede islamica, maturano forme di ribellione, spesso violenta, in ragione di un orgoglio identitario che rinviene le proprie radici nelle comunità di provenienza e nella religione, la cui purezza rinfacciano all’Occidente decadente corrotto, che consente alle donne di guidare l’automobile o di andare in bicicletta. Per non dire del fatto che le occidentali mostrano i capelli, oggetto di attrazione per gli uomini, le gambe, rese visibili da vertiginose minigonne, e circolano per le strade con generose scollature, che tanto piacciono ai maschi del Continente, nel quale la Turchia, ad esempio, vorrebbe entrare e ne è impedita dalla scarsa tutela dei diritti assicurata ai cittadini.

Se non è una guerra di religione ci somiglia molto. E senza dubbio è un confronto di culture nelle quali rischia di soccombere quella più debole o che appare tale.

Aperti, dunque, all’accoglienza, come Roma ci ha insegnato, ma rigidi nel pretendere il rispetto delle regole (che vale anche per gli italiani ovviamente) e condivisione dei tratti fondamentali della nostra identità se si vuole diventare cittadini italiani. A 18 anni, dando dimostrazione di crederci.

(Tratto da Un Sogno Italiano)

ROMA: “AFFARI DI FAMIGLIA”. CARABINIERI ARRESTANO STROZZINO DI SECONDA GENERAZIONE

ROMA 10 Ottobre 2017 – Nella notte, i Carabinieri del Comando  Provinciale di Roma hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP presso il Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di un soggetto accusato di usura aggravata e continuata e tentata estorsione (artt. 110, 644 co 1, 5 n. 4 e 5 CP; 56 e 629 CP), commessa a Roma in concorso con un’altra persona indagata a piede libero.

L’attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma-Gruppo reati contro il patrimonio, usura ed estorsioni- e condotta dal Nucleo Investigativo CC di Roma, ha fatto luce su un complesso e raffinato sistema usurario, con un giro d’affari di milioni di euro.

Le indagini sono state avviate a febbraio 2017, a seguito della denuncia presentata ai Carabinieri di via In Selci da un imprenditore, operante nel settore della torrefazione del caffè, il quale, dopo aver subito per anni ogni sorta di vessazioni, ha deciso di denunciare i propri strozzini.

Le successive attività tecniche e gli accertamenti bancari e patrimoniali eseguiti hanno permesso ai Carabinieri di ricostruire la rilevante entità dei prestiti e dei rispettivi interessi usurari pretesi nel corso degli anni dallo strozzino e la sistematicità delle minacce subìte dalla vittima in occasione del mancato pagamento delle rate mensili a fermo del capitale.

L’arrestato, T.A. di 45 anni, unitamente al complice indagato in stato di libertà, ha elargito prestiti per centinaia di migliaia di euro. In cambio la vittima è stata costretta a rilasciare, quale garanzia, assegni – comprensivi dell’importo del prestito ottenuto e degli interessi sull’operazione – e a sottoscrivere scritture private attestanti falsamente la vendita di beni immobili o di opere d’arte di ingente valore. Le scritture private servivano a garantire il pagamento del prestito e a giustificare, agli occhi degli inquirenti, le transazioni di denaro tra l’usuraio e la vittima.

A fronte di un prestito iniziale di 630.000 euro, la vittima ha elargito, in sei anni, la somma di 4.246.000 euro circa, pari all’interesse complessivo del 673,97% circa (interesse annuo del 112,33% circa).

Nel momento in cui la vittima non è riuscita, a causa delle difficoltà economiche, a corrispondere gli interessi pattuiti, lo “strozzino” è divenuto proprietario dei beni promessi al momento del prestito, dando esecuzione ai fittizi contratti di compravendita; nel contempo, ha promosso azioni legali sulla base degli assegni in suo possesso, determinando così il fallimento o il pignoramento di beni a danno dell’ imprenditore usurato.

L’indagine ha portato alla luce una vera e propria attività “professionale” di tipo familiare.

La persona arrestata, infatti, dopo aver ereditato dal defunto padre vari titoli e crediti accumulati in anni di attività usuraria, ha tentato di incassarli minacciando in più circostanze la vittima che, ormai stremata, si è rivolta ai Carabinieri.

Nel corso dell’indagine, oltre al denunciante, è stata individuata anche un’altra vittima dell’attività usuraria svolta dall’indagato, un noto gallerista d’arte romano che ha subito danni per milioni di euro, rischiando più volte la perdita della propria azienda.

Nel corso dell’operazione, è stato eseguito un decreto di sequestro preventivo nei confronti di due terreni edificabili siti a Roma e a Paliano (FR), del valore complessivo di circa 7 milioni di euro, appartenuti alla vittima ed ora intestati all’usuraio e al suo complice.

Nella fase di esecuzione della misura cautelare, i Carabinieri hanno sequestrato 10 quadri di pittori contemporanei, sui quali verranno svolti approfondimenti in ordine all’autenticità e provenienza.

I beni sequestrati sono considerati il profitto dei reati di usura ed estorsione contestati nel provvedimento cautelare.

CARCERE DI TERNI, E’ ALTA TENSIONE. LA PROTESTA DEL SAPPE DOPO L’ENNESIMA AGGRESSIONE TRA LE SBARRE

Roma 10 Ottobre 2017 – Dopo gli ennesimi eventi critici accaduti nel carcere di TERNI, il SAPPE dell’Umbria critica l’Amministrazione Penitenziaria per la mancata assunzione di provvedimenti a tutela di chi in carcere lavora nella prima delle sezioni detentive.

Lo dice chiaramente Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l’Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE: “Da giorni presso la Casa Circondariale di Terni la Polizia Penitenziaria si trova a fronteggiare continue risse tra detenuti, a subire minacce anche con pentolini con olio bollente, insulti, sputi e non solo. Ieri, lunedì, ennesima aggressione da parte di un detenuto albanese della media sicurezza, in carcere per reati di droga, che ha dato in escandescenza in quanto voleva scendere alle scuole, ma lo stesso non era autorizzato: al diniego dei due poliziotti presenti li aggrediva con calci e pugni. I poliziotti refertati dalla locale infermeria sono poi stati accompagnati al locale pronto soccorso per accertamenti diagnostici. Non è più possibile lavorare in queste condizioni, la Polizia Penitenziaria abbandonata a se stessa, senza alcuna tutela!!!  Siamo stanchi di ripeterlo vogliamo l’intervento immediato di chi ne ha autorità, perchè non si può venire a lavorare e pregare che vada tutto bene!!! E’ ormai quotidiano il “bollettino di guerra” che proviene dalle carceri dell’UMBRIA, sempre più ingovernabili e ad alta tensione. Anche per questa una delegazione del SAPPE umbro manifesterà a Roma giovedì 12 ottobre, in piazza Montecitorio davanti alla Camera dei Deputati, nella manifestazione nazionale di protesta che il SAPPE e la Consulta Sicurezza hanno proclamato per denunciare lo stato di irreversibile abbandono nel quale è lasciato il Corpo di Polizia Penitenziaria ed i suoi appartenenti, abbandono che ha visto persino chiudere presidi di sicurezza sul territorio come era il Provveditorato Amministrazione Penitenziaria di Perugia”.

E’ senza appello la denuncia del SAPPE, per voce del Segretario Generale Donato Capece : “Il sistema penitenziario, per adulti e minori, si sta sgretolando ogni giorno di più. Lo diciamo da tempo, inascoltati: la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, dall’aver tolto le sentinelle della Polizia Penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri, dalla mancanza di personale – servono almeno 8.000 nuovi Agenti rispetto alle necessità, ed invece sono state autorizzate solamente 305 nuove assunzioni… -, dal mancato finanziamento per i servizi anti intrusione e anti scavalcamento? E l’Amministrazione Penitenziaria da Santi Consolo, invece che intervenire concretamente con provvedimenti urgenti, pensa di mettere un bavaglio ai Sindacati che danno notizia di quel che avviene in carcere, come ad esempio queste gravi aggressioni ai nostri poliziotti, diffidandoci dal darne notizie. Ma il carcere deve essere una casa di vetro, trasparente, perché non si deve nascondere nulla…”.

Capece sottolinea: “Il sistema delle carceri non regge più, è farraginoso. Sono state tolte, ovunque, le sentinelle della Polizia Penitenziaria sulle mura di cinta delle carceri, e questo è gravissimo. I vertici dell’Amministrazione Penitenziaria e quelli della Giustizia Minorile e di Comunità hanno smantellato le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali. Da quando sono stati introdotti nelle carceri vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto sono decuplicati eventi gli eventi critici in carcere”, conclude il leader del SAPPE. “Se è vero che il 95% dei detenuti sta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno, è altrettanto vero che non tutti sono impegnati in attività lavorative e che anzi trascorrono il giorno a non far nulla. Ed è grave che sia aumentano il numero degli eventi critici nelle carceri da quando sono stati introdotti vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto. Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e queste sono le conseguenze. E coloro hanno la responsabilità di guidare l’Amministrazione Penitenziaria dovrebbero seriamente riflettere sul loro ruolo dopo tutti questi fallimenti”. 

Domani Giornata mondiale della salute mentale

S.B. – Le donne, forti e determinate ma anche deboli e fragili. Sono le donne, infatti, ad avere una probabilità quasi tre volte maggiore rispetto agli uomini di soffrire di un disturbo mentale in particolar modo di depressione ma anche di disturbi d’ansia. Esistono inoltre disagi che riguardano in netta prevalenza le donne come quelli relativi alla nutrizione, tra anoressia e bulimia, con un rapporto che arriva ad essere di 9 ad 1 rispetto ai maschi, e forme in cui sono prevalentemente interessate le donne quali il disagio psichico in gravidanza e nel puerperio che nelle forme più gravi colpisce il 14-16% delle mamme e nelle forme più sfumate quasi il 50%. Le donne poi sono vittime di abusi e violenze che arrivano fino alle forme estreme del femminicidio. La ricaduta sul piano sociale di queste sofferenze mentali al femminile è evidente sia in termini di spese sanitarie che di ripercussioni sul mondo lavorativo nel quale le donne sono inserite. Avviare percorsi di supporto e di prevenzione per la promozione di una salute mentale delle donne risulta, quindi, un obiettivo di grande valore sociale e di importante supporto per le generazioni future. Onda, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna torna a parlare di salute mentale lanciando la quarta edizione dell’(H)-Open day dedicato alle donne che soffrono di disturbi psichici, neurologici e del comportamento, in occasione della Giornata Mondiale della salute mentale che si celebra domani 10 ottobre. Le strutture aderenti al progetto su tutto il territorio nazionale, durante la settimana dal 10 al 17 ottobre, apriranno le porte alla popolazione femminile con consulenze, colloqui, conferenze e info point dedicati alla salute mentale.

L’obiettivo è parlarne negli ambienti familiari ma anche in contesti sociali più ampi per far si che le donne chiedano aiuto, si avvicinino alle cure e venga superato lo stigma che ancora affligge chi soffre di patologie psichiche.

“L’(H)-Open Day sulla salute mentale, giunto alla sua quarta edizione, ha l’obbiettivo di migliorare l’accesso alle cure di disturbi psichici femminili più frequenti”, spiega Francesca Merzagora, Presidente di Onda. “La depressione, ad esempio, è uno dei principali problemi che affliggono la popolazione femminile e che ancora oggi viene troppo spesso trascurato. Nel corso delle passate edizioni, grazie all’impegno degli ospedali del network Bollini Rosa che hanno aderito al progetto, è stato possibile attivare servizi gratuiti ed esami (solo nel 2016 sono stati oltre 800!) che hanno contribuito a migliorare l’accesso alle cure”.

“La Giornata Mondiale sulla salute mentale è dedicata quest’anno in particolare alle problematiche psichiche che si riscontrano in ambito lavorativo”, afferma Claudio Mencacci Direttore Dipartimento Neuroscienze e Salute mentale ASST Fatebenefratelli – Sacco. “Il lavoro costituisce il perno centrale della vita delle persone attive consentendo il mantenimento della autostima e della dignità. L’inserimento lavorativo delle persone con disturbi mentali e il loro accoglimento, sono elementi chiave dei percorsi di riabilitazione e guarigione”.

I servizi offerti sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it dove è possibile visualizzare l’elenco dei centri aderenti con indicazioni su date, orari e modalità di prenotazione.

L’(H)Open day salute mentale gode del Patrocinio della Società Italiana di Psichiatria (SIP) e della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF) ed è reso possibile anche grazie al contributo incondizionato di AON, Janssen e Lundbeck.

Tiroide, sorveglianza attiva in alternativa alla chirurgia

S.B. – La tiroide è una ghiandola fondamentale per il metabolismo ed ha un ruolo importante nella funzione di molti organi, inclusi il cuore, il cervello, il fegato, i reni e la pelle. Per la salute generale dell’organismo, è essenziale che la tiroide funzioni a dovere. Per questo va tenuta sotto controllo per prevenire i problemi connessi, dai più semplici ai più gravi. Tra quest’ultimi i “noduli tiroidei”.Delle novità su diagnosi, chirurgia e terapia dei tumori tiroidei si è parlato al workshop ”5^ Thyroid UpToDate – Linee Guida e Pratica Clinica” promosso da Ame, Associazione Medici Endocrinologi e dall’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale che si è svolto ad Ariccia lo scorso fine settimana.

“I noduli tiroidei si evidenziano alla palpazione nel 4-7% della popolazione, mentre l’ecografia riscontra noduli non palpabili nel 50-60% delle persone”, spiega Enrico Papini, Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie del Metabolismo dell’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale. “La maggioranza dei noduli sono di piccole dimensioni e nel 90-95% dei casi rimangono benigni. Negli ultimi anni, probabilmente grazie a la migliore sensibilità e il facile accesso ai moderni mezzi diagnostici, si è verificato un aumento dell’incidenza dei noduli tiroidei seguito da un parallelo aumento dei carcinomi tiroidei, seppure non associato ad un aumento del tasso di mortalità. La cosiddetta “epidemia dei microcarcinomi”, tumori con diametro minore di 1 cm, se da un lato rappresenta un importante passo avanti nella prevenzione, pone dall’altro il dubbio se sia appropriato sottoporre pazienti a basso rischio allo stesso trattamento tradizionalmente riservato a neoplasie più avanzate, esponendo i pazienti a possibili complicanze ed effetti indesiderati probabilmente non indispensabili”.

“Recenti studi propongono una strategia di sorveglianza attiva dei microcarcinomi della tiroide invece della chirurgia, con controlli ad esempio semestrali invece che annuali”, continua Rinaldo Guglielmi, Past President AME. “Questa tesi è ulteriormente sostenuta da uno studio retrospettivo coreano recentemente pubblicato sull’European Journal of Endocrinology che ha coinvolto quasi 3.000 pazienti suddivisi in 3 gruppi a seconda del tempo passato tra il riscontro del nodulo e l’intervento chirurgico: entro 6 mesi, tra 6 e 12 mesi e oltre 12 mesi. Non si sono rilevate differenze significative di risposta clinica nei 3 gruppi, in particolare risultavano liberi da malattia nel 74-78% e evidenza di malattia residua si è riscontrata solo nello 0,5-2% dei pazienti. Inoltre osservando i pazienti per un periodo mediano di 4,8 anni, la persistenza/recidiva di malattia è stata riscontrata in percentuali analoghe senza differenze statisticamente significative. I risultati di questo studio sembrano quindi indicare che una strategia di sorveglianza attiva con chirurgia ritardata non pregiudica il risultato clinico finale”.

“Questo tipo di approccio è sicuramente giustificato dal punto di vista clinico”, commenta Papini, “ma pone il problema della comunicazione della diagnosi di cancro della tiroide ad un paziente non seguita dall’indicazione chirurgica che può essere psicologicamente problematica e lascia il paziente “in sospeso”. A questo punto il problema va ricercato alla fonte: è giusto sottoporre il paziente ad ago aspirato su un piccolo nodulo? Le ultime e più autorevoli linee guida sui noduli tiroidei redatte in collaborazione da AME, American Association of Clinical Endocrinologists (AACE) e American College of Endocrinology (ACE) consigliano la sorveglianza attiva invece della biopsia in tutti i casi di noduli con diametro inferiore a 5 mm per il loro rischio clinico basso e nel caso dei noduli dai 5 ai 10 mm non consigliano di eseguire l’ago aspirato in assenza di ulteriori caratteristiche di aggressività come ad esempio la presenza di linfonodi sospetti o storia familiare o personale di precedente cancro tiroideo. Si potrà poi procedere all’esecuzione dell’ago aspirato in un secondo momento in caso di evoluzione clinica o aumento di dimensioni del nodulo”.

“Bandiera Azzurra” alle città amiche della corsa e del cammino

S.B. – Quando le città si mettono in cammino per il benessere dei proprio abitanti arriva la “Bandiera Azzurra“. E’ stato presentato nei giorni scorsi il progetto, all’interno del programma Cities Changing Diabetes, che prevede il riconoscimento da parte di FIDAL e ANCI per i centri urbani che si impegnano a offrire ai propri cittadini la possibilità di stili di vita più sani e attivi. Obiettivo di Atletica italiana e Comuni, uniti per migliorare lo stile vita, combattere la sedentarietà, lo stress di ogni giorno, la cattiva alimentazione attraverso un’attività fisica possibile per tutti, correre o camminare. In un’epoca in cui la sedentarietà è una delle maggiori cause prevenibili di morte al mondo, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che l’inattività fisica sia associata ogni anno a 3,2 milioni di morti nel mondo, FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) in collaborazione con ANCI (l’Associazione Nazionale Comuni Italiani), all’interno del progetto C14+ promosso dal gruppo di lavoro sull’Urban Health coordinato dal Vice Presidente Vicario Roberto Pella, lanciano la Bandiera Azzurra, un riconoscimento dedicato ai centri urbani che offrono ai propri cittadini la possibilità di praticare la corsa e il cammino in aree e percorsi ad hoc ed eventi ad essi dedicati, qualificandole come Città della Corsa e del Cammino. Un progetto per incrementare il movimento e migliorare la salute dei cittadini che fa parte del programma internazionale Cities Changing Diabetes. Si stima che in Italia siano oltre 24 milioni le persone che si dichiarano completamente sedentarie, pari a circa il 42% della popolazione.

Con questo progetto FIDAL si propone come interlocutrice per tutti i Comuni, a partire dalle Città Metropolitane, che vogliano diventare città della salute ma soprattutto città della corsa e del cammino. L’intento è quello di moltiplicare i già numerosi parchi urbani certificati che permettono un’attività tanto semplice e immediata (camminare, correre, prendere confidenza con le palestre naturali) quanto determinante per la salute.

L’idea di Maurizio Damilano, olimpionico creatore e coordinatore del progetto, è quella di far diventare le nostre città delle palestre a cielo aperto, promuovendo stili di vita salutari e una attività motoria a costo zero. Per diffondere a un più ampio pubblico possibile le opportunità di praticare attività motoria in ambiente urbano, sarà lanciata anche una app per smartphone e promossi diversi eventi e giornate dedicate all’interno dei parchi certificati.

Il movimento è il primo antidoto contro numerose malattie, fra cui l’obesità, che oltre a ridurre l’aspettativa di vita di 10 anni, è un importante fattore di rischio nell’insorgenza di tumori, malattie cardiovascolari e di diabete di tipo 2. Si tratta di una malattia potenzialmente mortale, oltre a essere causa di disagio sociale e favorire, tra bambini e adolescenti, episodi di bullismo. Si stima che l’obesità colpirà, entro il 2030, il 50% dei cittadini europei e in molti Paesi, tra persone obese e sovrappeso, si raggiungerà il 90% della popolazione. Sul tavolo, quindi, anche il ruolo che giocano oggi le città, dove i fenomeni urbanizzazione favoriscono un ambiente obesiogeno.

Nell’ambito del progetto Città della Corsa e del Cammino, il prossimo 26 e 27 ottobre, verrà presentato a Houston al Cities Changing Diabete Summit il “Passaporto Roma Città del Cammino e della Salute”, realizzato da FIDAL e ANCI.

Ottenere la bandiera azzurra della FIDAL vuol dire essere una Città che:

  • ha a cuore la salute ed il benessere dei propri cittadini;
  • offre spazi e percorsi verdi certificati, curati e riqualificati;
  • offre occasioni di eventi e incontro con la propria cittadinanza;
  • è una Città della Corsa e del Cammino: ideale per accogliere tutti coloro che non possono fare a meno della loro corsa o camminata quotidiana

La Bandiera Azzurra è stata presentata a Milano, una delle Città che ha accolto con maggior entusiasmo il progetto, insieme alle Città Metropolitane di Bari, Torino, Roma.

 

Fondazione Santa Lucia: 25 anni di IRCCS

“Ho accantonato 11 milioni e mezzo di euro dalla legge obiettivo per il Santa Lucia. La norma sarà inserita nella Legge di bilancio. Spero di poter dare in questo modo, da parte del Ministero della Salute e del Governo, un supporto alla Regione e al Santa Lucia nell’esercizio delle sue funzioni”. Lo ha annunciato il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, intervenendo nei giorni scorsi insieme al Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, alla celebrazione del 25esimo Anniversario del riconoscimento di Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico alla Fondazione Santa Lucia di Roma, specializzata nelle cure di neuroriabilitazione ad alta specialità.

La Fondazione Santa Lucia è un IRCCS specializzato nel settore delle neuroscienze e impegna oltre 850 professionisti, di cui 200 ricercatori in 60 laboratori di ricerca biomedica. È dotata di un Ospedale di alta specialità per la neuroriabilitazione con 325 posti accreditati dal Servizio Sanitario Regionale. Le principali patologie sulle quali si concentra la sua attività sanitaria e di ricerca sono ictus, traumi cranici con esiti di coma, lesioni del midollo spinale, malattie neurodegenerative come Alzheimer, Parkinson e Sclerosi Multipla. È dotata anche di un Centro di Neuroriabilitazione Infantile che ha in cura oltre 300 bambini affetti da gravi cerebrolesioni e sindromi rare.

Nel suo intervento il Presidente Zingaretti non ha taciuto i problemi che hanno caratterizzato i rapporti tra Fondazione e Regione negli ultimi anni, ma ha anche affermato: “Oggi siamo nelle condizioni di costituire in tempi brevi un luogo di confronto affinché tutto ciò che ereditiamo da un passato turbolento possa essere affrontato con serenità nella costruzione di un nuovo modello di assistenza. Siamo pronti a garantire alla Fondazione Santa Lucia un consolidamento e uno sviluppo all’interno del sistema sanitario. Ora possiamo farlo perché i conti sono in ordine. Inizia un lavoro diverso, non segnato dalla rinuncia e dalla demolizione, ma da collaborazione, costruzione e per fortuna anche da investimenti”.

Nel lungo confronto tra Fondazione Santa Lucia e Regione Lazio uno dei problemi centrali resta l’urgenza di assicurare la copertura economica dei costi di terapie di neuroriabilitazione complesse a pazienti con gravi lesioni cerebrali acquisite a seguito di patologie, come per esempio l’ictus, che compromettono in modo grave le funzioni cognitive e neuromotorie della persona. Su questo punto sia il Ministro Lorenzin che il Presidente Zingaretti hanno riconosciuto la necessità d’individuare tariffe adeguate nel Sistema Sanitario Nazionale.

Nel frattempo tra le proposte concrete “realizzabili in tempi brevissimi” Zingaretti ha proposto la realizzazione di “un collegamento funzionale tra tutti i Reparti di Terapia Intensiva e il Santa Lucia in modo tale che laddove c’è bisogno l’Istituto sia integrato nella nuova rete assistenziale regionale che abbiamo approvato con tutte le ASL”.

Il Direttore Generale della Fondazione Santa Lucia, Dott. Edoardo Alesse, ha commentato: “La presenza oggi del Ministro della Salute e del Presidente della Regione Lazio è un segno importante di attenzione alla Fondazione Santa Lucia IRCCS. Entrambi hanno manifestato la volontà di trovare una soluzione duratura che garantisca ai nostri pazienti cure di neuroriabilitazione all’altezza della complessità delle patologie neurologiche e cognitive che trattiamo. Ho assicurato al Ministro Lorenzin e al Presidente Zingaretti che la Fondazione è pronta a fare la propria parte. Dopo dieci anni di contenzioso amministrativo e civile è ora fondamentale che una soluzione si trovi in tempi molti rapidi”. 

Sulla funzione degli IRCCS, Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico alle dirette dipendenze del Ministero della Salute per la loro attività scientifica, il Ministro Lorenzin ha anche sottolineato: “Credo molto agli IRCCS. Sono una massa critica che ci viene riconosciuta anche all’estero. Riconoscere la loro specifica funzione e quindi potenziare il finanziamento delle loro attività di trasferimento dei risultati della ricerca alla cura dei paziente sarebbe un importante fattore di stimolo”.

Gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) sono in Italia in tutto 49 e rappresentano strutture di riferimento per tutto il Sistema Sanitario Nazionale. Si caratterizzano in particolare per due compiti: da una parte svolgere attività di ricerca e di assistenza sanitaria in modo strettamente congiunto e ad alti livelli di produttività, dall’altra essere promotori di modelli di organizzazione innovativi sia sul fronte sanitario che della ricerca scientifica. Lo scorso 22 settembre Papa Francesco ha fatto visita ai bambini del Centro Infantile del Santa Lucia

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