Monthly Archives: Febbraio 2018

La collezione di Vittorio Camaiani tra Marina e “Inside”

Sarina Biraghi – Questa volta non è seduta in prima fila, né compare a fine sfilata al braccio del suo amico stilista indossando il capo più adeguato ad esaltare il suo stile stravagante, la sua eccentricità sempre e comunque decisamente chic. Eppure il suo nome riecheggiava nella sala settecentesca della Coffee House di Palazzo Colonna a Roma perché il couturier Vittorio Camaiani ha dedicato alla sua testimonial ed amica Marina Ripa di Meana, recentemente scomparsa, una capsule collection coloratissima, estrosa e geniale proprio come era lei, poliedrica e indomabile, coraggiosa e anticonformista, elegante e provocatoria, bella e indimenticabile. E allora ecco i cerchietti per i capelli che formano un’allegra M, mini abiti e completi con intarsi contrastanti nei colori che tanto piacevano a lei: verde, viola, rosso, arancio… Per lo stilista sanbenedettese la socialitè e scrittrice è stata una musa ma anche l’amica esperta di moda con cui voleva creare una mini collezione dalla doppia firma, fatta di sartorialità, briosità e colore, con cui Vittorio e Marina, artigiani ed esteti, si fondevano in un unico stile.

La capsule “Marina” ha così aperto la presentazione della collezione Primavera Estate 2018 “Inside”, un viaggio introspettivo di Vittorio Camaiani fatto di ricordi, richiami e sogni che sono anche il filo conduttore della “storia professionale” dello stilista.  La collezione infatti si divide in quattro quadri che corrispondono alle dimensioni creative e tematiche tanto care a Vittorio.

Si comincia con le donne viaggiatrici de “La mia Africa” con la rivisitazione couture delle sahariane, color latte e beige, con le tasche di corda, gli abiti di lino con pettorine che lasciano intravedere impalpabili bluse di chiffon. Poi si passa al contrasto “rituale” di Camaiani “Maschile-Femminile” per una donna androgina rigorosa ma molto sensuale che veste gilet, bretelle e camicie dal colletto rigido anni ’20 rubate al guardaroba maschile, completi pantalone e tubini in shantung e satin nei toni blu, rosso e grigio.

Il terzo quadro di ”

Inside” è il viaggio dello stilista tra Dubai e Bali

e il ricordo è un contrasto tra metropoli e foreste, natura e progresso. Nei batik realizzati a mano su disegno di Camaiani, svettano i grattacieli da cui scendono le foglie della giungla stilizzate, con una fantasia che decora top, pantaloni e abiti a vestaglia in tonalità contrastanti che però nulla tolgono alla leggerezza: grigio perla, celeste cielo, verde acqua, azzurro oceano.
Infine, Vittorio Camaiani, a ricordare i suoi 30 anni di carriera, fa un omaggio alla “Couture” mandando in passerella il suo capo iconico, per tutte le stagioni e per ogni ora del giorno: la tuta. Splendidi i colori e i tessuti: verde, blu, rosso e grigio in cady, organza, shantung e seta a trama lino. Per la sera la couture diventa “architettonica”, con la tuta rossa con scollo a revers e l’abito con sovrastruttura balloon in organza, un “velo” quasi a protezione della bellezza e del mistero di ogni donna, espressione e sintesi dell’approccio di Vittorio Camaiani all’universo femminile.

Come sempre, completano la collezione primavera estate 2018, “Inside”, le calzature realizzate da Lella Baldi su disegno dello stilista, che ripropongono i colori della collezione tra camoscio, juta e pelle e gli originali cappelli realizzati da Jommi Demetrio.  A raccontare la sfilata Elena Parmegiani direttrice Eventi della Coffee House di Palazzo Colonna.

La fotografia per umanizzare i luoghi di cura

S.B. – Basta con stanze asettiche, bianche o verdine, quasi a voler dare un effetto di pulizia totale, anche della mente. L’arte migliora la qualità della vita, anche nelle strutture di cura. Spesso nell’ambiente ospedaliero, progettato principalmente per assolvere funzioni di cura e assistenza, ci si dimentica il punto di vista del fruitore: paziente, ma anche operatore sanitario. Quest’ultimo, in particolare, è gravato di un peso psicologico dovuto proprio alla professione, spesso oggetto di rilevazioni oggettive. Recenti ricerche mostrano, per esempio che il burnout (inteso come esaurimento emotivo, sofferenza psicologica e senso di demotivazione), colpisce circa il 70% dei medici oncologi. Per questo motivo l’utilizzo delle arti visive nei luoghi di cura può svolgere un ruolo determinante per il raggiungimento di un maggior benessere delle persone coinvolte e per indurre benefici clinici e psicologici sugli individui.  Con questo obiettivo è stata inaugura la mostra all’interno della mensa dell’Istituto Nazionale dei Tumori (INT), di Milano, con le opere di Davide Scaramuzza, reumatologo e radiologo dell’Istituto, ma anche autore di suggestivi scatti fotografici.

Oggi la malattia ha assunto nuove connotazioni e richiede una visione olistica delle relazioni tra corpo, psiche e ambiente. Lo spazio non è mai neutro, ma è carico di emozioni e ciò comporta il confronto con altre discipline, come l’arte ad esempio, per un progetto che includa gli aspetti psicoemotivi, non solo del paziente, ma anche degli operatori sanitari.

Sono 52 le opere all’interno della mensa dell’Istituto: un corpus di immagini che mette in evidenza lo sguardo fotografico dell’autore verso semplici porzioni di muri, qualche cornicione, parti di porte o finestre. Sono i muri di fianco ai quali camminiamo ogni giorno, che troviamo di fronte a noi o alle nostre spalle quando li abbiamo superati.

“Abbiamo scelto la strada del colore, l’elemento che domina questo lavoro  – ha sottolineato Roberta Valtorta, storica e critica della fotografia italiana – Riunite dunque le immagini in gruppi dedicati all’azzurro, al giallo, al grigio, al lilla, al rosso, ai graffiti che abitano i muri, il lavoro prende il significato di una catalogazione poetica che indica immaginarie tavolozze di colori mutevoli e cariche di sfumature. Ne indica solo alcune però, perché esse potrebbero essere infinite. Superfici lisce o discontinue, campiture, materiali, colori diversi, segni lasciati dal tempo e dall’azione umana, luci che trasformano l’immagine sono gli elementi che l’autore raccoglie e rende protagonisti grazie a inquadrature ravvicinate e ben circoscritte. Lavora dunque sul “dettaglio”, cioè sul frammento fotografico, poiché sa che isolare una piccola porzione di realtà ci permette di guardare meglio e di proiettare lo sguardo in una libera dimensione immaginaria, fino a entrare nell’astrazione.

“La fotografia per me è una modalità di relazione con il reale, con l’esistente – ha affermato Davide Scaramuzza, Responsabile della Struttura Semplice di Radiologia Tradizionale, Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Non sento un ‘dentro’ e un ‘fuori’ dall’ospedale: il desiderio di relazione non si interrompe quando entro in ospedale, anzi, è un tutt’uno con la mia attività ed esprime una tensione verso l’incontro e la condivisione. L’installazione in mensa vuole creare una possibilità di dialogo in un luogo di vita e lavoro, dove le persone che lavorano si incontrano in un momento di ristoro, e vuole significare che la vita, intesa come relazione,non conosce discontinuità.” “I soggetti sono muri esterni, reali e quotidiani, di cui sono stati osservati dettagli, che invitano ad un percorso emotivamente intenso di astrazione. L’opera costituisce un invito alla passione nello sguardo verso il quotidiano, raccontando una possibilità di incontro e di stupore, parafrasando Perec, interrogando l’abituale” ha ribadito l’autore. “La trasformazione progressiva degli spazi dell’ospedale, o meglio l’umanizzazione dei luoghi di cura, secondo i desideri di chi li vive quotidianamente, contribuisce in modo determinante al miglioramento del clima organizzativo. Umanizzare i luoghi di cura non serve solo ai pazienti e ai loro familiari, che li attraversano per un breve spazio temporale, ma vale soprattutto per chi trascorre in questi spazi una vita intera. In questi casi l’arte può rappresentare una forma di sollievo dalla sofferenza e dallo stress psicologico giornaliero” – ha detto Enzo Lucchini, presidente INT. Ricordiamo che l’Int, fondato nel 1928, è primo in Italia tra gli IRCCS oncologici ed è centro di riferimento nazionale e internazionale sia per i tumori più frequenti che per quelli più rari e pediatrici. Con 540 persone dedicate e 27 laboratori, è oggi polo di eccellenza per le attività di ricerca pre-clinica, traslazionale e clinica, di assistenza ed epidemiologica. Nel portfolio INT 2016: 640 studi clinici, 693 studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, 258 progetti finanziati da enti pubblici e privati. INT uno dei Centri di riferimento nel panorama assistenziale lombardo e nazionale: nel 2016 sono stati più di 18.000 i pazienti ricoverati e oltre un milione e 147 mila le visite ed esami a livello ambulatoriale. Oltre all’attività di ricerca e clinica, l’Istituto si occupa di formazione, ospitando 139 specializzandi universitari.

La mostra di Davide Scaramuzza è stata documentata fotograficamente da Francesco Radino, considerato uno degli autori più influenti nel panorama fotografico italiano sul tema del paesaggio contemporaneo.

“La quinta Sally” di Daniel Keyes

S.B. – Un binomio perfetto: lavoro e passione. Daniel Keyes, scomparso nel 2014, laureato in psicologia e letteratura anglo-americana, ha insegnato a lungo, soprattutto a ragazzi con difficoltà di apprendimento. Proprio questo lavoro gli ha fornito lo spunto per scrivere il suo romanzo d’esordio, “Fiori per Algernon”: un successo mondiale, pubblicato in più di trenta Paesi e continuamente ristampato. A partire dagli anni ’80, si è dedicato prevalentemente alla non-fiction e con “Una stanza piena di gente” con cui ha ottenuto una nomination al prestigioso Edgar Award. Arriva il 22 febbraio in Italia, tradotto da Valentina Zaffagnini “La quinta Sally” (Editrice Nord pag. 360 euro 16,90) con cui Keyes tornò alla narrativa, ispirandosi ai casi studiati nella sua lunga carriera. Il romanzo infatti è un viaggio attraverso i recessi più oscuri e insondabili della mente umana, ideale seguito del percorso cominciato dall’autore con “Una stanza piena di gente”.

La trama – Sally Porter apre gli occhi in un letto d’ospedale. Non ha nessun ricordo della sera precedente né di come sia finita lì. Di una cosa però è certa: non è possibile che abbia tentato il suicidio, come le hanno riferito i medici, e neppure che abbia quasi ucciso i due uomini che l’hanno salvata per poi cercare di violentarla. Eppure i medici non mentono, ed è così che Sally scopre di soffrire di un grave disturbo dissociativo dell’identità. Infatti era a Nola, l’artista che possiede uno studio al Greenwich Village, che voleva morire, ed è stata Jinx, la violenta assassina, a difendersi dagli aggressori. Tuttavia in Sally albergano altre due personalità, che prendono di volta in volta il sopravvento e la spingono a comportarsi in maniera bizzarra: Derry, la cameriera gentile e affabile con tutti, e Bella, la seduttrice. Sconvolta da quella rivelazione, Sally chiede aiuto al dottor Roger Ash, un esperto di personalità multipla. Per il dottor Ash, l’unica soluzione è fondere le diverse personalità per dare vita alla «quinta Sally», una Sally finalmente unita e completa. Si tratta di un procedimento complesso e doloroso, in cui Sally dovrà rivivere i traumi che hanno causato la scissione e accettarli come parte integrante del suo passato. Ma non sarà facile nemmeno per Roger Ash, perché le ombre nascoste nel labirinto della psiche di quella donna così tormentata ed enigmatica lo costringeranno ad affrontare anche i suoi demoni…

 

 

“Nel nome di Lorys” di Davide Stival

Sarina Biraghi – “La verità, per i miei figli”. Composto e dignitoso, Davide Stival rivendica il diritto suo e dei suoi figli, alla verità, alla giustizia e all’amore. Lui è uno dei protagonisti di un caso di cronaca nera che, dopo Cogne, ha più coinvolto e sconvolto l’opinione pubblica negli ultimi quindici anni: la morte del piccolo Andrea Loris Stival il 29 novembre 2014, ucciso con una fascetta da elettricista intorno al collo dalla madre Veronica Panariello. Lei è in carcere, condannata a 30 di reclusione in primo grado, per omicidio e occultamento di cadavere. Sembra vederla quella giovane donna con le sue versioni contraddittorie, con la faccia pallida rivolta al cielo quando il suo bambino di otto anni fu ritrovato senza vita in fondo a un canalone alla periferia di Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, o mentre accusa il suocero o quando diventa vittima delle accuse della madre e della sorella… Tutti sulla scena mediatica protagonisti di un giallo feroce mentre in tanti soffiavano sul fuoco dei sospetti, incuranti delle vere vittime, Lorys, il fratellino Diego e il padre Davide. Eppure sono moltissimi i risvolti umani e psicologici ancora oscuri e altrettanti i tasselli ancora mancanti alla vicenda. E così, a 3 anni dall’omicidio con in corso il processo d’appello a Veronica, Davide Stival, ormai separato dalla moglie, che seppe da Facebook che suo figlio era morto, ha deciso di raccontare il suo dramma in un libro “Nel nome di Lorys” (Piemme, pag. 250) scritto con il giornalista Simone Toscano, inviato di “Quarto Grado che ha seguito la vicenda fin dall’inizio, e con il suo avvocato Daniele Scrofani, penalista sempre accanto al suo assistito sul piano umano e professionale. La prefazione del libro è affidata a Gianluigi Nuzzi. Per la prima volta in maniera diffusa, intima e chiara, Davide ricostruisce la sua storia con la moglie e fa luce su molti dettagli poco noti arricchendo il volume con documenti e foto per poter dire la verità al piccolo Diego, che da tre anni non vede più la mamma e il fratellino. Quella verità che Davide sapeva di dover dire al figlio senza mai trovare, però, il momento giusto. Quel giorno è arrivato quando, in macchina, di ritorno dal cimitero dove aveva portato un giocattolo sulla tomba del fratello Diego ha chiesto: “Papà, come è morto Lorys? Chi è stato?” Davide non può più inventare scuse: “A me si è gelato il sangue nelle vene, anche se ero preparato a questa domanda. Sapevo che sarebbe arrivata e avevo chiesto agli psicologi come avrei dovuto comportarmi: ma sentire tuo figlio di cinque anni parlare di questi argomenti ti fa male, ti riporta alla tragedia che ha colpito le nostre vite”. E così, con calma gli risponde: “La polizia ha fatto delle indagini, ha guardato i filmati delle telecamere e ha scoperto che la mamma un giorno non l’ha accompagnato a scuola. Da qui si è capito che forse è stata lei a fargli del male”. Diego è ammutolito ma non ha pianto. Ma il suo stato d’animo lo ha fatto vedere quando per la Festa della Mamma, a scuola, ha disegnato la sua famiglia: “Anziché una famiglia normale ha tratteggiato una figura nera con un coltello. E un bambino a terra in una pozza di sangue. So che è un’immagine devastante” scrive il padre, “ma ho deciso di raccontarla nella speranza che si capisca ancora di più che i bambini sono esseri puliti e che tutte le cose brutte che gli adulti fanno purtroppo sono destinate a ricadere anche su di loro”. Lui, chiamato dalle maestre, è andato a scuola e con Diego si è recato dagli psicologi gli hanno chiesto di spiegare quel disegno. Diego prima ha risposto di non saper disegnare bene e ha completato quel “quadretto” aggiungendo un poliziotto con una pistola rivolta verso la figura nera. “Poi l’ha preso e mi ha detto: ‘Adesso non sono più triste’. E ha continuato disegnando una nuova famiglia, composta da lui, dal papà e dagli zii, una casa e un arcobaleno”.

Oggi Diego sa che non ha più la mamma: nei giorni scorsi, il tribunale di Ragusa ha tolto la patria potestà a Veronica Panarello negandole anche il diritto a vederlo e ad essere aggiornata sulla crescita e sull’evoluzione del figlio. “A Diego non manca nulla, per ora sono io a pensare a lui. A lui sono rimasto io e a me è rimasto lui: siamo noi due”, scrive Davide Stival “Nel nome di Lorys”. Il suo impegno ora è tutelare Diego ma certo non ha dimenticato Lorys: “Il ricordo di mio figlio è qualcosa che mi dà gioia. Lo immagino sempre vivo, accanto a me…” E Veronica? “A Veronica voglio solo dire che ha distrutto tutti, compresa se stessa. E che per colpa sua purtroppo nulla potrà mai tornare come prima”.