Monthly Archives: Marzo 2018

“La voce delle cose perdute”

S.B. – “La voce delle cose perdute” (Nord pag. 336 euro 18) di Sophie Chen Keller è la storia di un bambino e del libro che gli fece ritrovare la felicità. Ambientato nella New York dalle varie umanità ma anche la metropoli piena di sorprese, la mega città che non ti aspetti. Ma soprattutto, l’autrice, nata in Cina, ma che vive negli Stati Uniti fin da bambina, in questo suo primo romanzo che sarà nelle librerie italiane giovedì 29 marzo, ci fa capire che quando abbiamo l’impressione di aver perso qualcosa, di sentirci soli e incompresi non dobbiamo abbatterci perché c’è tanta speranza nel mondo. E che basta avere il coraggio di guardarsi intorno con occhi nuovi e ascoltare il nostro cuore per ritrovare ciò che abbiamo smarrito.

Ecco la trama. Una sera d’inverno, una vecchia mendicante gira per le strade della Grande Mela in cerca di un riparo, quando una donna apre la porta della sua pasticceria e la invita a passare lì la notte. La mattina dopo, la mendicante è scomparsa, lasciando in dono un libricino di ricette illustrato. In breve tempo, la pasticceria diventa la più frequentata della città, perché da quel giorno i dolci non sono solo deliziosi: i biscotti curano i reumatismi, le gallette migliorano l’umore e la torta paradiso fa dimagrire… finché, un giorno, il libro sparisce. A cercarlo saranno Walter, il figlio della pasticcera e il suo unico amico, Milton, un Labrador grassoccio e intraprendente.

Walter è un bambino speciale. Odia le parole. Soffre di un disturbo che gli impedisce di articolare bene i suoni e, un giorno, stanco delle prese in giro dei coetanei, ha smesso di provarci. Ha deciso di chiudere la bocca e aprire gli occhi. Adesso, a 12 anni, Walter osserva e nota cose che sfuggono alla maggior parte delle persone, distratte da chiacchiere inutili. Ed è diventato bravissimo a ritrovare le cose perdute. Ecco perché, quando il libro della madre scompare, lui si lancia nella ricerca con l’aiuto di Milton. Insieme si avventurano negli angoli dimenticati di New York, incontrando persone che per gli altri sono invisibili: dalla donna che tutte le mattine raccoglie le lattine per strada a una coppia delusa dal mondo, che si è ritirata in un stazione abbandonata della metropolitana. Grazie alle loro storie, Walter scoprirà generosità e speranza, solitudine e rimpianti, ma soprattutto capirà che la vita è un dono troppo prezioso per guardarla scorrere. E così riuscirà non solo a trovare le magiche pagine del libro perduto, ma pure la forza di aprirsi agli altri e di dare voce ai suoi sogni.

L’Atelier per un giorno di Vittorio Camaiani

Sarina Biraghi – Sempre all’Hotel Santa Chiara, nel cuore di Roma, Vittorio Camaiani, oggi (fino alle ore 20) e domani (dalle 10 alle 17), propone “Atelier per un giorno” la formula collaudata dello stilista marchigiano che riporta le sue clienti nell’atmosfera d’antan degli atelier di moda degli anni Cinquanta. Un’opportunità unica che non permette di toccare con mano i raffinati tessuti delle creazioni di Camaiani, ma la possibilità di indossare ed eventualmente ritoccare gli abiti della collezione primavera-estate 2018 intitolata “Inside”. Un modo per scoprire, soltanto a chi si avvicina per la prima volta ad una collezione del couturier di San Benedetto del Tronto, come i suoi abiti rendano ogni donna regina del suo tempo, diversa e unica ma sempre se stessa.

E così nell’Atelier per un giorno si ritrovano i must di Vittorio Camaiani, dalle stole alle borse, dalle spille alle cinture, dalle calzature realizzate da Lella Baldi su disegno dello stilista, agli originali cappelli realizzati da Jommi Demetrio, ma soprattutto i capi della nuova stagione.

Nell’ultima collezione il “viaggio” che lo stilista compie solitamente si snoda in 4 quadri per 4 donne diverse o per 4 diverse occasioni vissute dalla stessa donna. Si comincia con le donne viaggiatrici de “La mia Africa” con la rivisitazione couture delle sahariane, color latte e beige, con le tasche di corda, gli abiti di lino con pettorine che lasciano intravedere impalpabili bluse di chiffon. Poi si passa al contrasto “rituale” di Camaiani “Maschile-Femminile” per una donna androgina rigorosa ma molto sensuale che veste gilet, bretelle e camicie dal colletto rigido anni ’20 rubate al guardaroba maschile, completi pantalone e tubini in shantung e satin nei toni blu, rosso e grigio. Poi ancora una donna viaggiatrice tra Dubai e Bali con batik realizzati a mano su disegno di Camaiani, con grattacieli da cui scendono le foglie della giungla stilizzate, per decorare top, pantaloni e abiti a vestaglia in tonalità contrastanti che però nulla tolgono alla leggerezza: grigio perla, celeste cielo, verde acqua, azzurro oceano. Poi il capo iconico di Camaiani, per tutte le stagioni e per ogni ora del giorno: la tuta.

I disabili negli ospedali italiani “raddoppiano” la loro disabilità

Una persona con disabilità in ospedale rischia di essere disabile due volte: secondo i dati dell’”Indagine conoscitiva sui percorsi ospedalieri delle persone con disabilità”, 2 strutture sanitarie su 3 sono impreparate all’accoglienza di questi pazienti, non prevedendo percorsi accessibili e spazi di assistenza adeguati. Le persone con disabilità, quando si trovano all’interno delle strutture ospedaliere, hanno le esigenze di tutti: potersi muovere e orientare, comprendere quello che si fa su di loro e con loro.  

«Ciò che occorre adeguare non sono solo i nostri ospedali, ma anche le prassi di presa in cura e il modo di comunicare con i pazienti. È imprescindibile implementare corsi di formazione per operatori sanitari riguardo la disabilità e le problematiche ad essa legate». È l’appello lanciato da Giuseppe Trieste, Presidente di Fiaba Onlus, organizzazione senza scopo di lucro che promuove l’eliminazione di tutte le barriere fisiche, culturali, psicologiche e sensoriali, direttamente dal Ministero della Salute durante il convegno sulla disabilità dal titolo: “Rapporto tra medico e persona con lesione midollare. Conoscere per garantire le risposte più adeguate ed il miglior accesso alle cure”.

Il convegno, organizzato con il supporto del Gruppo Consulcesi, realtà leader in ambito sanitario, in partnership con il provider ECM 2506 Sanità in-Formazione, è stato patrocinato dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti, dal Ministero del Lavoro delle Politiche Sociali, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero della Salute.

Le barriere per le persone con disabilità, infatti, non sono solo quelle architettoniche: serve un nuovo paradigma culturale che coinvolga la formazione medico-sanitaria e l’informazione. Fiaba Onlus, insieme a Consulcesi e al provider ECM 2506 Sanità in-Formazione, chiama in causa anche il mondo dell’informazione, affinché si diffonda l’adesione alla Carta Deontologica delle PRM (person with reduce mobility) proposta da Fiaba all’Ordine Nazionale dei Giornalisti e ai professionisti della comunicazione per parlare correttamente di disabilità, evitando termini come “costretto sulla sedia a rotelle”, “menomato” o “handicappato”.

Il dibattito, moderato da Marco Blefari, Direttore Responsabile di “Sanità Informazione”, testata che ha aderito alla Carta Deontologica di Fiaba, è arricchito dalle testimonianze di medici ed esperti del settore. Daniele Stavolo, Presidente dell’Associazione Paraplegici di Roma e del Lazio ONLUS ha sottolineato: «Occorre un intervento urgente da parte delle istituzioni per monitorare le strutture sanitarie in modo da garantire l’accessibilità per le persone che hanno tutti i tipi di disabilità, e lavorare con le associazioni per programmare un piano di intervento efficace, che duri nel tempo e abbia i requisiti necessari per garantire questo diritto umano”.

Il professor Francesco Maria Manozzi, Coordinatore del Comitato Scientifico del provider ECM 2506 Sanità in-Formazioneresponsabile dei corsi di formazione sulla disabilità on line gratuitamente sul sito www.corsi-ecm-fad.it e Presidente Fiaba Sportcommenta: «Questo evento formativo ben interpreta l’attenzione e il rispetto che da qualche anno il nostro Paese mostra nei confronti della disabilità. Una società a misura delle persone con disabilità, obiettivo peraltro da sempre di Fiaba, è una società migliore per tutti».

«Oggi sono gli stessi medici a proporre un nuovo approccio culturale – conclude Alessandra Zucchiatti, Responsabile Formazione del Provider ECM 2506 Sanità in-Formazione – e a sensibilizzare gli operatori del settore. La persona con disabilità ha diritto a tutte le cure, e il nostro Sistema Sanitario Nazionale deve eliminare ogni possibile ostacolo presente nei luoghi che sono deputati alla cura e all’assistenza».

“Vivi leggero” il minimal secondo Regina Wong

«La maggior parte dei libri parla del più: come avere di più, come fare di più, e così via. Questo, invece, parla del meno: come vivere bene, anzi meglio, possedendo un numero inferiore di oggetti – meno cose, ma anche meno relazioni, e soprattutto quelle giuste. Scegliere il meno non significa privazione, ma gioia. Significa sbarazzarsi di ciò che non è necessario e ridurre tutto all’essenziale: tenere solo ciò che ci fa stare bene, che crea valore e che ha un significato. È una pratica virtuosa che consiste nel decidere quali sono gli elementi costitutivi della nostra felicità e sforzarci di ottenerli». 

Così Regina Wong autrice di “Vivi Leggero – Liberarsi del superfluo, scegliere l’essenziale e fare spazio per sé” (Editrice Tre60 pag. 176 euro 12,90) nonché del blog Simple and Minimal, dedicato alla promozione di uno stile di vita fondato sull’essenzialità e la semplicità. In questo libro, che ha riscosso grande successo negli Stati Uniti, è riuscita a combinare l’arte del riordino con la filosofia orientale dell’essenziale.

Mai come oggi siamo sommersi dalle cose. Le nostre case scoppiano letteralmente di oggetti, che ci costano denaro, tempo e fatica per tenerli in ordine. Allo stesso modo le nostre vite sono spesso soffocate da relazioni ed emozioni nocive, che diventano fonte di ansia e preoccupazione e ci distraggono dal nostro vero obiettivo: la felicità. Fare spazio nell’ambiente in cui viviamo e liberarci dai rapporti dannosi significa quindi avvicinarci alla parte più autentica di noi stessi, e di conseguenza capire cosa è davvero importante.

Ispirandosi al principio svedese del lagomche vuol dire «sufficiente, adeguato, giusto» – Regina Wong ci dimostra con idee e suggerimenti pratici che vivere con poco è una ricetta di benessere, e che l’essenzialità va ricercata in tutti gli ambiti e i momenti della vita: dall’alimentazione all’abbigliamento, dalle attività intellettuali ai rapporti umani, dall’uso del tempo a quello dei soldi.

 

Passaporto di Roma città per camminare e della salute

Camminare, correre sono attività naturali per l’uomo, da sempre. Il nostro corpo è, infatti, strutturato per percorrere 30 km al giorno, come facevano i nostri progenitori, per procurarsi cibo e acqua. Oggi camminiamo per più o meno un paio di chilometri al giorno e stiamo perdendo l’abitudine a trovare giusti stimoli a muoverci. La sedentarietà ha innescato una vera e propria emergenza sociale; sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo, l’obesità e le conseguenze dell’inattività fisica peggiorano, infatti, la qualità di vita quotidiana delle persone, fanno impennare i costi della sanità pubblica e causano milioni di morti ogni anno. «Le città stanno diventando sempre di più ambienti obesiogeni, ovvero luoghi dove l’urbanizzazione favorisce l’aumento di sovrappeso e obesità e di conseguenza di molte malattie croniche non trasmissibili quali il diabete tipo 2, le malattie cardiovascolari, le malattie neurodegenerative, le malattie respiratorie e i tumori. Oltre 3 miliardi di persone vivono nel mondo oggi in città metropolitane e megalopoli. Una decina di anni fa, per la prima volta nella storia, la popolazione mondiale che vive nelle città ha superato il 50% e questa percentuale è in crescita, come ci dicono le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2050, 7 persone su 10 vivranno nei grandi agglomerati urbani», ricorda Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute e del Comitato Nazionale per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita della Presidenza del consiglio dei ministri.

Siamo di fronte a una tendenza che, di fatto, negli ultimi 50 anni ha cambiato il volto del nostro Pianeta e che va valutata in tutta la sua complessità. Una strategia possibile, per affrontarla, è quella di riscoprire la Città quale palestra naturale e promuovere attraverso di essa il concetto di Urban Health, di Salute urbana: uno degli obiettivi, questo, del progetto “Città per Camminare e della Salute” promosso in collaborazione tra Scuola del cammino, Federazione italiana di atletica leggera (FIDAL), Health City Institute e Cities Changing Diabetes. «Bisogna tornare a concepire le Città come territori vivibili, permettendo ai cittadini di disporre di vere e proprie “palestre a cielo aperto”, quali parchi e percorsi che favoriscono il trekking urbano. Il progetto nasce con l’idea di unire in rete quelle città dove è possibile trovare spazi e situazioni per camminare. Si va dai percorsi tipicamente urbani e turistici dedicati alla visita a piedi di centri storici o aree specifiche della città, a percorsi che coinvolgono il territorio cittadino più allargato, alle proposte naturalistiche e ambientali, sino ai percorsi più decisamente sportivi. Il tutto con un occhio alla salute, che trova nel cammino l’attività di prevenzione primaria e a basso costo per malattie quali l’obesità, il diabete e quelle cardiovascolari», spiega il pluricampione olimpico di marcia Maurizio Damilano, uno degli ideatori del progetto, illustrato oggi a Roma in Campidoglio, in occasione della presentazione del “Passaporto di Roma Città per Camminare e della Salute” strumento al quale hanno contribuito anche AMD, SID, ANIAD e Cittadinanzattiva. «Il Passaporto è una guida dal formato tascabile contenente itinerari dove camminare nella capitale, che vuole stimolare i cittadini romani e i turisti a riscoprire Roma attraverso quasi 100 Km di percorsi di walking urbano, promuovendo così la cultura del movimento», dice ancora Damilano. Peculiarità della guida, denominata passaporto dall’idea del documento che apre le frontiere, in questo caso dell’attività fisica e della salute, è stato proprio guardare al rapporto tra Roma, ambiente, territorio, cittadino e qualità di vita, con la salute come grande obiettivo.

Come puntualizzato dall’Assessore allo sport e politiche giovanili del Comune di Roma, Daniele Frongia, nella sua prefazione, il Passaporto: «fa di Roma la prima “Walking City” a livello Europeo, città dove è possibile trovare spazi per camminare con lo sviluppo di 50 percorsi suggeriti per una pratica sportiva e salutistica che toccherà gli oltre 320 Km dell’area metropolitana. I percorsi suggeriti sono stati scelti sia pensando ai cittadini e alla loro quotidianità di utilizzo sia ai turisti impegnati nella visita della Città. Roma e i suoi luoghi simbolo, ma anche la scoperta di parti meno note con altrettanto fascino e bellezza, includendo percorsi di tipo naturalistico, ambientale o più decisamente sportivo. Il “Passaporto di Roma Città per Camminare e della Salute” non è solo uno strumento tecnico, ma risulta eccezionale per l’ampiezza della documentazione contenuta, per le informazioni che offre e per contribuire così a un volto diverso e più sano della Città e del suo territorio metropolitano, sia nelle aree a maggior impatto turistico che nelle periferie. Attraverso il passaporto si è cercato di dare una visione diversa della città dal suo consueto utilizzo motorizzato: una metropoli quindi che presenta tante occasioni per essere vissuta a piedi, per essere “riconquistata” dall’uomo nella sua primordiale locomozione: camminando».

«Come presidente dell’Atletica Italiana credo sia nostro dovere educare all’attività sportiva e al movimento: si tratta di una vera e propria assicurazione sulla nostra vita e su quella dei nostri figli», dichiara Alfio Giomi, Presidente FIDAL. «Per questo da alcuni anni FIDAL ha scelto di portare avanti, oltre all’attività agonistica di alto e altissimo livello, anche un ampio programma di educazione a stili di vita sani e all’insegna del benessere. Lavoriamo affinché nelle città siano sempre più diffuse le palestre naturali e i percorsi dedicati al cammino e alla corsa, e perché l’attività sportiva torni ad essere parte della quotidianità di tutti, e soprattutto dei nostri ragazzi. Per questo sono particolarmente fiero di questo “Passaporto di Roma – Città per il cammino e della salute”, che, grazie al prezioso lavoro del campione olimpico di marcia Maurizio Damilano, ha sviluppato 50 percorsi camminabili per un totale di ben 320 Km».

Il Passaporto, come tutto il progetto “Città per Camminare e della Salute”, è accompagnato da una app scaricabile gratuitamente sulle piattaforme iOS, Android e Windows Phone, per smartphone e tablet, che offre informazioni sui percorsi, ma anche indicazioni sul proprio stato di forma fisica, sul consumo energetico, sul contributo alla riduzione delle emissioni di CO2 attraverso il camminare e la pratica dell’attività motoria. Ognuno, inoltre, può diventare protagonista del progetto, ma soprattutto del proprio benessere, proponendo uno o più percorsi e partecipando ad una “sfida” virtuosa tra utenti. L’applicazione è, infatti, integrata di una parte social che mette in relazione l’un l’altro e permette di lanciare sfide virtuali ad amici, conoscenti o semplici membri della community. «Stimolare l’interazione tra cittadini e città attraverso un maggiore e più mirato uso del cammino può dar vita ad un circolo virtuoso: camminare migliora la salute dei cittadini, con una conseguente riduzione della spesa sanitaria, un miglioramento della qualità ambientale, della vivibilità della Città», dice Roberto Pella, Vicepresidente vicario di ANCI, Associazione nazionale comuni d’Italia. «Il progetto permette, non solo a Roma, di realizzare un sistema aggregativo forte nel quale la Città è al centro, dando consistenza a quanto espresso dalla letteratura scientifica che mostra come le politiche di promozione dell’attività fisica a scopo salutare abbiano effetti di costo-efficacia e di costo-beneficio vantaggiosi, creano quindi ricchezza e benessere per le comunità che le adottano», conclude.

Savoia boia – L’Italia come non ce l’hanno raccontata

 Cosa fu realmente il Risorgimento? Fu davvero un movimento di popolo, che vide gli italiani lottare con eroismo per la libertà, guidati da intrepidi condottieri e geniali statisti? E fu davvero merito dei Savoia se quella lotta costellata di sacrifici venne coronata dalla vittoria?

Per capirlo, basta gettare uno sguardo sull’Italia di oggi, che in quell’epoca affonda le proprie radici: un Paese infelice, incompiuto, viziato da mali endemici quali la corruzione e il familismo, con una classe politica imbelle e un’élite economico-finanziaria di affaristi senza scrupoli. Ma da dove nasce questo sordido intreccio di tare ereditarie? Si fa tante domande ma poi si dà altrettante risposte Lorenzo Del Boca nel suo ultimo libro “Savoia Boia – L’Italia come non ce l’hanno raccontata” (Piemme pag. 356 euro 18,50) con la prefazione di Pino Aprile. Quella dell’autore, giornalista e saggista, già presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e vicepresidente della Fondazione del Salone del Libro di Torino, è una “controstoria” illuminante e definitiva, e spietatamente chiara: nasce dal tradimento della lotta risorgimentale da parte di un’intelligencija idealista a parole ma pronta a vendersi per viltà o tornaconto e di una casa regnante ingorda, ipocrita, interessata solo a riempirsi la pancia e ad allargare i confini del suo staterello. L’abbraccio tra i patrioti e i Savoia fu fatale allora e negli effetti continua a esserlo oggi.  In una fame cieca di potere, i Savoia fagocitarono la causa risorgimentale piegandola alle loro mire espansionistiche. L’Unità fu conquistata a prezzo di infami accordi politici, brogli elettorali e stragi di civili. E il Regno d’Italia crebbe a immagine e somiglianza del Piemonte sabaudo: uno Stato da operetta, al tempo stesso ridicolo e feroce, corrotto, reazionario e sordo ai bisogni del popolo. Ripristinare la verità senza reticenze, anche se ciò significa toccare tabù ritenuti inviolabili, è perciò un passo fondamentale. Per il nostro presente e per il nostro futuro.